Villa Il Vascello- La Biblioteca

La Biblioteca è stata ricostituita dopo il 1945, anche grazie a numerosi Fratelli, come Vittorio Acquarone, i quali avevano custodito le pubblicazioni del Grande Oriente durante la soppressione dell’Ordine o le avevano recuperate dopo la sua ricostituzione. La Biblioteca si è sviluppata con l’acquisizione del Fondo Lattanzi e Maruzzi. Per volontà del Gran Maestro Gustavo Raffi e della Giunta di incrementare il patrimonio culturale dell’istituzione e di agevolarne la fruizione, nel febbraio 2000 è stato costituito il Servizio Biblioteca che ha acquisito e sistemato alcuni Fondi preziosi quali Stolper, Volli, Landolina, Ungari, a cui si devono aggiungere le recenti acquisizioni dei Fondi Mosca-Ferrari, Giuseppe e Francesco Leti e Gregogna. Si sta procedendo ad un riordino completo del patrimonio librario, censito in nove lingue, attraverso la sua informatizzazione, che ha portato all’inserimento su elaboratore elettronico di 9301 record, con aggiornamento di tutte le nuove acquisizioni e un organico recupero dell’arretrato. Servizio Biblioteca GOI

La Biblioteca è costantemente aperta alla consultazione e presta servizio di Assistenza bibliografica ad Organi del Grande Oriente, a Collegi, a Logge ed a singoli Fratelli, ad Archivi pubblici e privati, a strutture museali, a ricercatori.

Servizio Biblioteca GOI - Rivista Massonica

Il Servizio Biblioteca ha iniziato un lavoro di recupero delle fonti storiche quali la Rivista Massonica del Grande Oriente d’Italia nelle sue diverse testate (Acacia, Lumen Vitae, Massoneria Oggi, Hiram) dal 1870 ad oggi, il Bollettino del Grande Oriente d’Italia dal 1862 al 1869, L’Almanacco del Libero Muratore dal 1872 al 1882, la rivista Ipotenusa dal 1959 al 1963, L’Acacia Rivista Massonica dal 1908 al 1917; si sta inoltre procedendo all’ulteriore recupero e completamento di altre collezioni periodiche (Incontro delle Genti, La Fenice, Lux, Rassegna Massonica, Voce Fraterna e altri). Nella Sala “Paolo Ungari”, negli ampi spazi di Villa Il Vascello, presso Istituzioni Culturali esterne come il Museo Napoleonico a Roma, il Campidoglio, Il Museo Storico della Liberazione di Roma in Via Tasso, il Teatro Il Vascello, il Cinema Trevi, sono stati organizzati 60 incontri, presentazioni di libri e conferenze. Sono inoltre state allestite 20 mostre e rassegne bibliografiche, abbinate alle presentazioni di libri ed in forma autonoma (Architettura e Massoneria. L’esoterismo della costruzione; L’esoterismo della costruzione; I Mille di Garibaldi nell’album di Alessandro Pavia; Massoneria, Risorgimento e Film Muto; José Antonio Ferrer Benimeli nei suoi libri). Sono stati stabiliti contatti con Università italiane e straniere e con Centri di Studi Massonici Internazionali.

Da www.ilgrandeoriente.it

Massoneria e Progresso

Questa estate è stato ricordato il quarantesimo anniversario dello sbarco dei primi uomini sulla Luna, un evento vissuto a suo tempo in un clima ricco di emozioni e attesa in modo collettivo da milioni di persone in tutto il mondo. Quello sbarco rappresentava il compimento di un percorso di grandi scoperte scientifiche e tecnologiche che ebbe un’improvvisa accelerazione nel diciottesimo secolo sotto la spinta delle nuove idee rivoluzionarie del movimento filosofico dell’Illuminismo. La moderna Massoneria nasce anche essa nel diciottesimo secolo e la sua storia è strettamente legata a quella del nuovo progresso culturale e scientifico dal momento che ne è stata il principio e la forza ispiratrice così come ad essa si sono ispirate quelle grandi rivoluzioni che hanno cercato di affermare per la prima volta i diritti universali degli uomini. Con lo sbarco dell’uomo sulla Luna quindi anche la Massoneria stessa condivise un momento di particolare suggestione, tenendo conto anche del fatto che uno dei tre astronauti che parteciparono alla missione, Aldrin, era dichiaratamente massone e portò con sé una bandiera massonica.

Sino dal secolo dei Lumi, sulla scia di un rapido ed esponenziale progredire delle conoscenze scientifiche, delle loro applicazioni tecniche nella vita di tutti i giorni, e quindi  del miglioramento delle condizioni di vita degli uomini che da esse derivava, iniziò a svilupparsi un modo di pensare ottimistico e un atteggiamento di grande fiducia verso la scienza. Nasce quindi in breve tempo una vera e propria fede verso il progresso scientifico come mezzo per riscattare l’uomo dall’ignoranza, dalla miseria, dalle malattie, verso una condizione di felicità e benessere che presto sarebbe stata patrimonio comune di tutta l’Umanità. Questa fede è stata ed è ancora oggi per molte persone qualcosa di sincero e di realmente condiviso, ed anche per i massoni dovrebbe essere tale, dal momento che abbiamo ben presente il concetto, ripetuto anche durante i nostri rituali, che lavoriamo per il Bene e quindi per il Progresso di tutta l’Umanità.

Ma proviamo a riflettere se dopo tre secoli possiamo dire che il grande sogno dei filosofi illuministi si sia veramente realizzato, l’Umanità in altre parole ha raggiunto realmente quella condizione di felicità augurata, o siamo ancora molto lontani da vederla realizzare? Se guardiamo per esempio al progresso della medicina, è indubbio che grazie ad essa  la durata media di vita degli uomini è aumentata nei paesi occidentali sia per i nuovi farmaci che per le migliorate condizioni di vita generali, dall’igiene all’alimentazione. La stessa cosa però non si è realizzata in gran parte del resto del mondo dove ancora risulta difficile non solo conquistarsi una vecchiaia serena ma riuscire a sopravvivere oltre i trenta anni: vi sono paesi dove spesso anche i più elementari diritti degli uomini sono del tutto ignorati.

Il fatto che la maggior parte dell’Umanità ancora non gode dei vantaggi del progresso, e non si vede ancora neanche lontanamente la possibilità di concretizzare questa speranza mi porta di conseguenza ad un'altra riflessione. Siamo sicuri che la società occidentale sarà in grado di  continuare a mantenere un percorso di progresso, e inoltre sarà in grado di conservare tutto l’insieme di conoscenze acquisite negli ultimi secoli in tutti i suoi campi, dalla scienza all’arte alla musica?

Questa domanda ci porta indietro nei secoli fino al tempo della grande Biblioteca di Alessandria, che dal terzo secolo avanti Cristo per circa settecento anni fu come un faro di luce di conoscenza nel mondo antico. La Biblioteca di Alessandria era un luogo di ricerca dove operava una comunità di studiosi che si occupavano di tutti i campi del sapere dalla letteratura alla medicina, matematica, astronomia, geografia, filosofia, biologia, ingegneria. Inoltre in questo luogo tutte le conoscenze e i libri venivano conservati in modo sistematico, qualcosa pare come mezzo milione di rotoli di papiro, vi era racchiuso quindi tutto il progresso e la conoscenza del mondo antico. Tra i tanti filosofi e scienziati dell’antichità che resero grande la Biblioteca di Alessandria, ci fu anche una donna, Ipazia (370 d.c - 415 d.c), matematica e astronoma, l’ultima scienziata della biblioteca, il cui martirio è legato alla distruzione della biblioteca stessa compiuta in nome del fanatismo religioso, una delle pagine più nere della storia del cristianesimo. Il vescovo di Alessandria Cirillo, successivamente fatto santo, vedeva in Ipazia una nemica per la comunità locale cristiana essendo lei stessa un simbolo della filosofia neoplatonica, della cultura e della scienza che la chiesa primitiva identificava con il paganesimo. Ipazia era una donna anche molto bella, amava divulgare la scienza e difendeva la libertà di pensiero, difese fino all’ultimo le sue idee nonostante si fosse trovata a vivere in un periodo politicamente molto turbolento, quando i templi pagani di Alessandria erano stati da poco distrutti. All’odio del vescovo contribuirono anche motivazioni politiche legate alla amicizia di Ipazia con il governatore romano, piuttosto tollerante nei confronti di lei e di quello che rappresentava, ma evidentemente anche lui non visto di buon occhio da Cirillo.

I fondamentalisti seguaci di Cirillo nel 415 d.c. aggredirono Ipazia, le strapparono le vesti e la fecero letteralmente a pezzi bruciando poi i suoi resti, e dopo la sua morte la biblioteca, già ormai in declino, andò presto distrutta. Con lei oltre alla biblioteca scomparve definitivamente e in brevissimo tempo tutta la conoscenza e il progresso del mondo antico, del quale non sono rimasti che pochi testi e frammenti. In Italia la figura di Ipazia è poco conosciuta, questa donna dovrebbe essere ricordata da noi massoni come la prima martire del libero pensiero e secondo me sarebbe opportuno anche dedicarle prima o poi una officina. Lo scorso anno è uscito in Spagna un film sulla storia di Ipazia, “Agora”, presentato fuori concorso a Cannes, e distribuito in molti paesi del mondo, ma stranamente ad oggi nessuno sembra che sia interessato a distribuirlo anche in Italia.

Ho voluto ricordare questo episodio storico per riflettere proprio sulla sua attualità e su quanto possa essere anche oggi fragile l’insieme della nostra cultura e delle conoscenze che abbiamo acquisito nei vari campi della scienza. Per distruggere la Biblioteca di Alessandria bastarono alcuni incendi volutamente innescati, oggi potrebbero esserci altri rischi. Attualmente per conservare il nostro sapere non abbiamo per fortuna una sola grande biblioteca, ma stiamo affidando sempre di più la nostra memoria a supporti diversi da quelli cartacei, come quelli digitali, che sono fragili pur dando la falsa certezza di non deperirsi facilmente. Speriamo che non si imponga più nella storia una ideologia, magari che oggi neanche immaginiamo, che faccia leva su un terreno fertile di crescente fanatismo e oscurantismo alimentati da diffusa ignoranza e indifferenza, capace un domani di cancellare o modificare a proprio piacimento il nostro passato, ma i supporti della nostra cultura potrebbero presto comunque scomparire con essa. I sistemi operativi dei calcolatori di oggi non riescono più a leggere dati di soli dieci anni fa, e anche supporti apparentemente resistenti come i cd sono destinati a durare molto poco. Paradossalmente riusciamo per ora a conservare manoscritti vecchi di alcuni secoli ma non quello che abbiamo prodotto e registrato solo pochi anni fa. Inoltre affidare tutte le testimonianze del nostro progresso alla rete internet presto potrebbe risultare pericoloso, se non altro per la facilità con cui si possono manipolare e cancellare i dati.

Queste ultime considerazioni mi portano ad un’ultima riflessione, siamo sicuri che il progresso scientifico e tecnologico non abbia preso ormai una strada diversa da quella che era nell’intento originario, e cioè essere sempre a servizio dell’uomo, per un suo reale miglioramento? Oltre ai rischi sopra esposti legati alla conservazione della nostra cultura, si possono fare altri esempi, per me non è “progresso” fare cambiare in breve tempo televisore a milioni di persone per riempire le discariche con quelli vecchi, con conseguente danno ambientale, oppure non è stato progresso passare dalla musica analogica a quella digitale che dal punto di vista sonoro è nettamente più scadente. Le macchine in tutti i campi in cui sono state impiegate dovevano liberare gli uomini dalla fatica, offrire loro più tempo libero per dedicare a se stessi e più libertà. L’emancipazione delle donne è realmente iniziata quando è stata inventata la lavatrice più che per merito di ideologie e lotte politiche. In realtà quello che si nota oggi è che non c’è stato un reale miglioramento nella libertà degli uomini, perché se c’è una macchina che ci permette di risparmiare tempo, questo tempo guadagnato viene subito impiegato per saltare sopra altre macchine, in una spirale di dipendenza che rende di fatto sempre meno liberi gli uomini. 

Ho il timore che si stia realizzando lentamente ma inesorabilmente quanto profetizzato in un romanzo “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley (1894-1963). Huxley in questo libro, pubblicato nel 1932, immagina in un lontano futuro una società pianificata razionalmente in ogni aspetto, dove non esistono più emozioni e sentimenti, e gli esseri umani sono ormai ridotti a vivere come automi, sotto l’influsso anche di droghe che fanno credere loro di essere liberi e felici quando in realtà non lo sono più da tempo. Nel 1959 Huxley scrisse un altro breve libro “Ritorno al Mondo nuovo” dove analizzò il precedente romanzo e le profezie in esso contenute e notò come già in quegli anni la storia e il progresso  avessero  preso una direzione simile a quella da lui immaginata. I suoi libri sono oggi sempre più attuali, e vorrei concludere questa tavola leggendo la parte finale del “Ritorno al Mondo Nuovo” proprio per riflettere come massoni su questo tema:

“..Miracolo, mistero e autorità non bastano a garantire in eterno la sopravvivenza della dittatura. Nella mia favola del mondo nuovo, i dittatori hanno aggiunto alla terna anche la scienza, e così riescono ad imporre la loro autorità manipolando i corpi degli embrioni, i riflessi degli infanti, la mente dei bambini e degli adulti. E invece di parlare solamente di miracoli, di accennare simbolicamente ai misteri, essi riescono, con le droghe, a dare ai loro soggetti l’esperienza diretta dei misteri e dei miracoli, a trasformare la semplice fede in conoscenza estatica. Gli antichi dittatori caddero perché non sapevano dare ai loro soggetti sufficiente pane e circensi, miracoli e misteri. E non possedevano un sistema veramente efficace per la manipolazione dei cervelli. In passato liberi pensatori e rivoluzionari furono spesso i prodotti della educazione più ortodossa e più osservante. Un fatto che non ci deve sorprendere, perché i metodi usati da quell’educazione erano e sono quanto mai inefficaci. Ma sotto un dittatore scientifico l’educazione funzionerà davvero e di conseguenza la maggior parte degli uomini e delle donne cresceranno nell’amore della servitù e mai sogneranno la rivoluzione. Non si vede per quale motivo dovrebbe mai crollare una dittatura integralmente scientifica.

Per adesso qualche libertà resta ancora nel mondo. Molti giovani, è vero, sembrano non darle valore. Ma alcuni di noi credono che senza libertà le creature umane non saranno mai pienamente umane e che pertanto la libertà è un valore supremo. Può darsi che le forze opposte alla libertà siano troppo possenti e che non si potrà resistere a lungo. Ma è pur sempre nostro dovere fare il possibile per resistere.”

G.S.

Bibliografia:

- Aldous Huxley. “Il Mondo Nuovo”, “Ritorno al Mondo Nuovo”. ed. Oscar Mondadori, 1981.

- Carl Sagan. “Cosmo”. Arnoldo Mondadori Editore, 1981.

Uguaglianza e Massoneria

L’idea intuitiva di uguaglianza è caratterizzata da due principi:  il principio di riflessività e lo schema degli assiomi, il primo afferma che ogni oggetto è uguale a se stesso, mentre il secondo afferma che due oggetti uguali verificano le stesse proprietà. In particolare lo schema degli assiomi afferma che due oggetti uguali sono essenzialmente la stessa cosa, infatti non c'è modo di distinguerli dato che :" tutto ciò che è vero per uno, è vero per l'altro". Questo si può applicare oltreché agli oggetti anche ai concetti, e nel nostro caso dovendo applicare il concetto al bene dell’Umanità (il nostro scopo principale), possiamo introdurre il concetto di  “uguaglianza sociale”: L'uguaglianza sociale si applica ai diritti e ai doveri dell'uomo considerati in termini di giustizia. Ci sono diverse forme di uguaglianza relative alle persone e alle situazioni sociali. Per esempio, si può considerare la parità tra i sessi per quanto riguarda l'accesso al lavoro; le persone interessate sono di sesso opposto, la cui situazione sociale comune è l'accesso all'occupazione. Allo stesso modo, la parità di opportunità in senso generale implica l'idea che le persone dovrebbero essere nelle stesse condizioni di partenza nella vita, ovvero che tutti dovrebbero avere pari opportunità indipendentemente dalla loro nascita e successione. Le battaglie in questa direzione hanno avuto un apice con l'abolizione dei privilegi realizzata dalla Rivoluzione francese del 1789, e la prima Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino, versione francese del 1789, comincia così: Les hommes naissent et demeurent libres et égaux en droits, "Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. " Al minimo, l'uguaglianza sociale comprende la parità di diritti umani e individuali secondo la legge. Esempi sono la sicurezza, il diritto di voto, la libertà di parola e di riunione, e dei diritti di proprietà. Tuttavia, essa comprende anche l'accesso all'istruzione, l'assistenza sanitaria e altri basilari diritti sociali. Essa comprende anche pari opportunità e obblighi. Genere sessuale, orientamento sessuale, età, origine, casta o classe, reddito e proprietà, lingua, religione, convinzioni, opinioni, salute o disabilità non devono tradursi in una disparità di trattamento. Ragioni addotte per il perpetrarsi della disuguaglianza sociale sono comunemente l'economia, l'immigrazione/emigrazione, la politica estera e la politica nazionale.

L'uguaglianza sociale è un ideale che dà ad ognuno, indipendentemente dalla sua posizione sociale e dalla sua provenienza, la possibilità di essere considerato con dignità pari a tutti gli altri uomini in ogni contesto. Si tratta di un ideale, presente almeno come tale, in tutti i paesi civilizzati, e per il quale gli uomini si sono molto battuti. In rapporto conflittuale vi è il concetto di meritocrazia tipico della destra che però quando correttamente interpretato, rappresenta il passaggio successivo ad una “partenza” di eguaglianza sociale, mentre un sincretismo può considerarsi il "comunitarismo" che vuole tutti uguali obbligatoriamente. In Italia il principio di Uguaglianza è riconosciuto nell'art. 3 della Costituzione il quale afferma che:

« Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali  » aggiungendo poi « È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana »

Possiamo poi discettare sull’uguaglianza in senso genetico – medico: Dal punto di vista genetico, l’uomo è unico. L’umanità è un insieme di unicità dove uguali sono solo coloro che hanno lo stesso patrimonio genetico: i gemelli monovulari. La stessa genetica però ci dice che rispetto ai nostri lontani cugini primati  la differenza del DNA è minima  (<1%), quindi in termini più generali l’Uomo è un insieme di componenti praticamente uguali dal punto di vista genetico. Tuttavia ancora, fin dai tempi più remoti una delle preoccupazioni principali dell’Uomo è stata la ricerca delle origini, il problema della discendenza, la conservazione di quelle caratteristiche fondamentali, di sangue, che caratterizzano una stirpe. Peraltro il sangue è quello dove più precise sono presenti le differenzazioni genetiche ad es. i gruppi sanguigni, (che forse non tutti sanno essere circa 400), ma è anche quello che allo sguardo non molecolare appare come l’elemento che più accomuna gli Uomini: è liquido e rosso indipendentemente dalla razza e da altre caratteristiche fisiche. Quando si vuole fare un giuramento particolarmente importante, si fa “col sangue”, quando si vuole sottolineare un rapporto particolarmente stretto fra uomini si dice “fratelli di sangue”. Uno dei presidenti della Federazione Internazionale delle Organizzazioni Donatori di Sangue afferma: “tutte le razze sono uguali, tutte le scelte religiose hanno lo stesso valore, anche l’ateismo. Tutte le Nazioni hanno la stessa dignità”

In sintesi gli Uomini sono biologicamente uguali, non esiste un gene peculiare di razza, e nella unicità di ciascun individuo è la frequenza di un determinato carattere genetico che individua una popolazione. Abbiamo una uguaglianza biologica dove il polimorfismo è la regola, quindi viene meno il mito della razza nel senso di superiorità biologica e si rafforza il principio di uguaglianza  per cui l’Uomo ha diritto ad essere trattato come tale, indipendentemente da tutto il resto. Il diverso modo di essere è una ricchezza e va semplicemente evitato di considerare una tipologia migliore di un’altra e di non valutare ogni tipologia con la stessa dignità e considerazione.

Ecco quindi che abbiamo posto qualche base per riflettere sul significato di Uguaglianza nel modo come viene inteso all’interno della nostra Istituzione, dove però non è propugnato come tale ma in associazione inscindibile con Libertà e Fratellanza. Questi principi insieme costituiscono il cardine della Tradizione Massonica,  una Tradizione che comprende quanto di meglio l'Essere Umano sia stato in grado di elaborare e di mettere a disposizione per l'ottimizzazione dell'evoluzione delle umane genti. Una Tradizione formata dalla civiltà e dalla religione egizia, dal pensiero di Platone e di Pitagora, dal buddismo e dalle grandi filosofie orientali, dallo zoroastrismo, dai principi promulgati dalla Gnostica, dallo stesso cristianesimo, dall'ermetismo, dalla Cabala, dall'Alchimia, e dallo Spirito che ha animato gli Ordini cavallereschi nonché i grandi movimenti di pensiero, antichi, medioevali, rinascimentali e risorgimentali. É tutto concentrato e disponibile in quanto i Massoni amano definire "Tradizione", e che noi, per semplicità, riassumiamo nel trinomio inciso sulle nostre Are: "Libertà, Uguaglianza e Fratellanza", il tutto sublimato dalla "Tolleranza" e armonicamente amalgamato dall’Umiltà. Provo quindi a ragionarci sopra:

Il mondo a cui lavora la Massoneria dovrà essere quello in cui ciascuno possa, forte dell'esperienza del passato (anche rappresentata dai simboli), dedicarsi alla soddisfazione delle proprie aspirazioni spirituali, armonizzandole con quelle di ogni altro membro della società, ben coscienti che questo sforzo, da individuale divenuto collettivo, porta ad una elevazione del livello di intelligenza comune ad una migliore comprensione dei fenomeni, e quindi ad un estendersi del benessere dei singoli. Lo studio ed il miglioramento del proprio io sono perciò la base del lavoro massonico, sono anzi la leva su cui poggia l'ideale sociale della Libera Muratoria. Cardini di questo lavoro di miglioramento sono i termini del trinomio… allargato

Libertà: è la possibilità di decisione autonoma, di azione secondo la propria volontà, incondizionata da vincoli, obblighi, impegni o limitazioni dispotiche, norme o sistemi tirannici. E' quindi condizione di chi è libero nei movimenti, non essendo né schiavo né prigioniero, neppure in senso figurato. E' possibilità d'azione nell'ambito d'una società organizzata, secondo la propria convinzione e volontà, naturalmente agendo entro i limiti definiti dalle leggi od i princìpi comunque riconosciuti validi dalla società stessa in cui si opera. La libertà, come la Massoneria intende, non consiste dunque nella libera esplicazione di ogni azione secondo un criterio arbitrario, ma ha le sue basi nella dignità della persona e quindi nel rispetto altrui. La libertà di pensiero deve potersi manifestare nel più esteso e indiscriminato dei modi, in quanto è l'elemento del confronto dialettico da cui può scaturire l'ulteriore ricerca di progresso: essa non consente dunque vincoli di censura o di conformismo, e tale libertà di pensiero vale a compensare in qualche modo quelle limitazioni di libertà effettiva che sono imposte dalla vita associata: i doveri sociali che incombono al cittadino gli impongono di sottoporsi - ed anche di buon grado - all'organizzazione esistente nella sua società. La libertà di opinione gli consente tuttavia di mettere in moto quella corrente di idee che alla lunga, in un libero stato, e qualora le sue opinioni abbiano valore, finiscono per tradursi in una riforma della legislazione, oppure del costume. Presupposto quindi di questo giuoco di idee contrastanti è il rispetto dell'opinione altrui, in partenza valida quanto la propria; rispetto che non si acquista se non nella coscienza della propria dignità, cioè nella coscienza del proprio io.

Fratellanza: è reciproco sentimento di amicizia ed affetto, veramente fraterno, è legame stabilito tra chi combatte sotto una stessa bandiera o per la medesima causa. E' accordo profondo, spirituale, tra persone non necessariamente legate da vincoli di parentela.

Uguaglianza: è il principio per cui tutti gli uomini sono considerati simili, di pari dignità, valore ed importanza, senza distinzioni o privilegi, specie davanti alle leggi dello stato. E' il principio per cui a tutti gli uomini dev'essere assicurata la libertà dal bisogno, ponendoli così in una condizione di parità reale e non solo formale. L'Uguaglianza deve significare che ciascuno sia posto in partenza nella condizione pari all'altro per vivere la propria vita: che cioè ad ogni individuo che appaia nella società siano date pari possibilità di sviluppo. Presupposto è che ognuno che goda dei vantaggi di siffatta organizzazione, sia tenuto a sopportarne i pesi, fino al momento in cui il suo valore individuale lo differenzi dai suoi simili. A tutti indiscriminatamente deve essere consentita un'infanzia serena e sana, a tutti un minimo di istruzione, a partire dal quale minimo il suo stesso interesse e profitto lo porti a scegliere fra il proseguimento dello studio o l'applicazione pratica di un qualsiasi lavoro, in pari dignità, perché di pari utilità. L’esistenza di una differenziazione naturale fra individuo e individuo non deve comportare una diversa considerazione per chi sia meno o differentemente dotato, ma questi dovrebbe essere liberamente accettato, avendo provveduto alla soddisfazione delle elementari necessità. Il desiderio di miglioramento dovrebbe essere stimolo al perfezionamento dell'io per il proprio progredire sociale, perché ciascuna individualità possa liberamente ed armonicamente svilupparsi e quindi per il miglioramento delle condizioni della società. La Costituzione Italiana coincide, del resto, con questi principi.

Tutte le differenziazioni che non siano provocate dalle capacità sono destinate a cadere, in una società come quella desiderata e promossa dalla Libera Muratoria. Non vi è posto per differenza di sesso, di colore o di fede, perché tutti possono e debbono contribuire secondo le loro capacità al progresso comune. Non vi sono frontiere di fronte all'eguaglianza della specie, sottoposta, come abbiamo rilevato, alla medesima legge di natura.

Questi principi però non potrebbero trovare reale applicazione e sublimazione se non fossero legati assieme dalla tolleranza e dall’umiltà, altri due cardini della tradizione massonica: 

Tolleranza: è capacità di sopportazione per quanto è, o potrebbe rivelarsi, dannoso o sgradevole per noi. E' disposizione d'animo per cui si ammette, senza ostentazioni di contrarietà, che qualcun altro professi un'idea, un'opinione, una religione, una politica, diversa od addirittura contraria alla nostra. E', in breve, incondizionata accettazione di un disteso rapporto con il diverso, anche del più occulto rovescio d'una medaglia.

Indubbiamente valida la loro sintesi, ben espressa da una nota massima voltairiana: "Sono pronto ad ascoltare con grande attenzione le tue idee, specie allorché sono in contrasto con le mie. Così come sono sempre pronto a versare il mio sangue perché tu possa liberamente esprimerle, anche se non ne condivido alcuna".

L’Umiltà è alla base del bene comune. Non sottovalutiamola mai, poiché essa è lo strumento per crescere e in realtà è molto vicina alla semplicità: Solo nella semplicità,solo spogliandoci della presunzione, dell'arroganza, dell'innata tendenza a far prevalere le nostre idee su quelle degli altri, soffocando in noi anche i bassi istinti della prevaricazione, solo indossando con naturalezza i panni dell'umiltà riusciremo a provare il piacere del "dare", di ricambiare con l'amore le dimostrazioni d'amore ricevute, attuando il rituale iniziatico del "fare agli altri quello che gradiremmo fosse fatto a noi", solo imponendoci d'essere piccoli, proprio come quanti sono storicamente noti per questa dote che li ha resi grandi, dote che è virtù allo stato puro, potremo sperare d'essere riusciti a lasciare una traccia della nostra esistenza terrena

Nulla a mio avviso riassume meglio quello che ho appena descritto come la celebre poesia di R. Kipling che ci aiuta ad intraprendere la strada verso il nostro obiettivo, il miglioramento dell’Uomo,

“Se”:

Se riesci a non perdere la testa, quando tutti intorno la perdono, e se la prendono con te;

Se riesci a non dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano, Ma anche a cogliere in modo costruttivo i loro dubbi;

Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere;

Se sai non ricambiare menzogna con menzogna,Odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono, E a evitare di far discorsi troppo saggi;

Se sai sognare - ma dai sogni sai non farti dominare;

Se sai pensare - ma dei pensieri sa non farne il fine;

Se sai trattare nello stesso modo due impostori - Trionfo e Disastro - quando ti capitano innanzi;

Se sai resistere a udire la verità che hai detto dai farabutti travisata per ingannar gli sciocchi;

Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti consumati, le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante;

Se di tutto ciò che hai vinto sai fare un solo mucchio e te lo giochi, all'azzardo, un'altra volta,
E se perdi, sai ricominciare senza dire una parola di sconfitta;
Se sai forzare cuore, nervi e tendini dritti allo scopo, ben oltre la stanchezza, a tener duro, quando in te nient'altro esiste, tranne il comando della Volontà;

Se sai parlare alle folle senza sentirti re, o intrattenere i re parlando francamente,
Se né amici né nemici riescono a ferirti,Pur tutti contando per te, ma troppo mai nessuno;
Se riesci ad occupare il tempo inesorabile dando valore a ogni istante della vita,

Il mondo è tuo, con tutto ciò che ha dentro,
E, ancor di più, ragazzo mio, sei Uomo!

Uguaglianza… dal momento che ho avvicinato gli ideali Massonici questa parola ha assunto una centralità fondamentale: la Massoneria è il Tempio dell’Uguaglianza. Essa stimola la tolleranza, pratica la giustizia, aiuta i bisognosi, promuove l'amore per il prossimo e ricerca tutto ciò che unisce fra di loro gli uomini ed i popoli, per meglio contribuire alla realizzazione della fratellanza universale; La Massoneria afferma l'alto valore della singola persona umana, e riconosce ad ogni uomo il diritto di contribuire autonomamente alla ricerca della verità. Essa inizia soltanto uomini di buoni costumi, senza distinzione di razza o di ceto sociale; Noi che vi apparteniamo, stiamo tentando di liberarci dai “metalli” (i primi condizionamenti culturali), per mezzo delle tecniche libero-muratorie. Esse potrebbero sinteticamente definirsi come un processo interiore che porta a liberarsi da ciò che è meno nobile nell’uomo (i “metalli” per l’appunto), permettendo di divenire Fratello fra i Fratelli in un’ideale Catena d’Unione che travalica gli ambiti fisico-temporali, stimolando ad operare per il bene dell’Umanità, sentendosi fra uguali perché uguale è il fine che si persegue. 

Però la Massoneria è una società iniziatica elitaria (per le virtù dei suoi componenti). Infatti alcuni fratelli sono punto di riferimento della Loggia: le luci. I Fratelli stessi sono divisi in tre gradi simbolici crescenti… Apprendista, Compagno, Maestro! Ciascuno ha un proprio ruolo e solo dopo un adeguato periodo di crescita, si può aspirare a ricoprire ruoli iniziali con le cognizioni di chi è cresciuto, e con ciò perfezionare l’ulteriore crescita verso la perfezione della pietra cubica. Possiamo aggiungere la veloce analisi di un simbolo che è fra i più importanti in Massoneria qual è la piramide, esso costituisce nella sua apparente semplicità la sintesi di un concetto più vasto che è quello legato all'idea di ordine gerarchico, derivante dall’ermetismo pitagorico, rappresentante la perfezione del triangolo equilatero, del numero 3. Allora dove troviamo la vera Uguaglianza? La vera Uguaglianza in Massoneria è l’uguaglianza dei rapporti tra Fratelli, è il rispetto dei rituali che diventa rispetto verso i Fratelli è la tolleranza di chi segnala un comportamento non rituale o difforme con modi a loro volta rituali e che non esprimano o facciano (fra)intendere intolleranza verso il Fratello, e la tolleranza di chi vede segnalato tale comportamento a far propria la segnalazione nello spirito comune di miglioramento, per la costruzione di un Tempio sempre più perfetto, indipendentemente dai ruoli rivestiti in Loggia. Esistono meccanismi rituali inoltre, che formalmente aiutano a costruire l’Uguaglianza in Loggia, ad esempio “l’età massonica”. Con essa vengono miracolosamente abolite le varie età profane, mentre ogni individuo si libera momentaneamente della propria “storicità” personale che, cominciata al momento della nascita, terminerà con la nostra morte. Così il giovane e l’anziano hanno, nella stessa tornata, la medesima età e vengono posti in condizione di assoluta uguaglianza, presupposto indispensabile della relazione di Fratellanza, in quanto capace di superare ed evitare, almeno teoricamente, ogni conflitto generazionale.

L’adozione di un’età massonica simbolica supera quindi ogni differenza di età “profana” ed affratella i partecipanti ad una tornata in nome di una comune esperienza di “debuttanti” in Massoneria: poco importa quanto tempo “reale” sia intercorso, per ognuno, dal momento della propria iniziazione, così come poco importa in che modo il percorso sia stato compiuto, fino a quel momento, dal singolo individuo: esso rimane infatti patrimonio e conquista di ogni adepto, incomunicabile e intraducibile proprio perché esclusivo di ciascuno e in nulla uguale a quello di un altro.

Il raggiungimento di una comune età massonica concretizza un’uguaglianza fraterna che annulla ogni differenza di percorso, salvaguardando al tempo stesso quell’assoluta libertà nel proprio cammino di crescita che non presenta scadenze di alcun genere.

In conclusione proprio perché facente parte del Trinomio con Fratellanza e Libertà amalgamati nella Tolleranza, solo assieme ad essi l’Uguaglianza assume il suo pieno significato: uguaglianza delle condizioni di partenza, uguaglianza delle possibilità di crescita, uguaglianza che non risente delle condizioni di censo, politica, religione o grado di istruzione profana, libertà di esprimere pensieri diversi ma uguaglianza nel rispetto di essi e nella tolleranza di dissentire fraternamente, uguaglianza nell’assenza di prevaricazione anche quando gli avvenimenti costringono a sottolineare aspetti non corretti. L’Uguaglianza così non deve essere solo quella “finale” che che tutti rende uguali e senza differenze come alcuni Fratelli hanno mirabilmente illustrato nelle loro poesie, dove gli uomini passati all’Oriente Eterno saranno in pace tra loro, uguali nella morte, la nera signora che il massone Antonio de Curtis, in arte Totò, ha descritto ne "A livella" o che Trilussa ha raccontato nelle due poesie di seguito riportate

Da qui a cent'anni, quanno

ritroveranno ner zappà la terra

li resti de li poveri sordati

morti ammazzati in guerra,

pensate un po' che montarozzo d'ossa

che fricandò de teschi

scapperà fòra da la terrà smossa!

Saranno eroi tedeschi,

francesi, russi, ingresi,

de tutti li paesi.

0 gialla o rossa o nera

ognuno avrà difeso una bandiera;

qualunque sia la patria, o brutta o bella,

sarà morto per quella.

Ma lì sotto, però, diventeranno

tutti compagni, senza

nessuna diferenza.

Nell'occhio vóto e fonno

non ce sarà né l'odio né l'amore

pe' le cose der monno.

Ne la bocca scarnita

non resterà che l'urtima risata

a la minchionatura della vita.

E diranno fra loro: - Solo adesso

ciavemo pe lo meno la speranza

de godesse la pace e l'uguajanza

che cianno predicato tanto spesso.

Lo sai ched'è la Bolla de Sapone?

L'astuccio trasparente d'un sospiro.

Uscita da la canna vola in giro,

sballottolata senza direzzione,

pe' fasse cunnolà come se sia

dall'aria stessa che la porta via.

Una farfalla bianca, un certo giorno,

ner vede quela palla cristallina

che rispecchiava come una vetrina

tutta la robba che ciaveva intorno,

j'agnede incontro e la chiamò: - Sorella,

fammete rimirà! Quanto sei bella!

Er cielo, er mare, l'arberi, li fiori

pare che t'accompagnino ner volo:

e inentre rubbi, in un momento solo,

tutte le luci e tutti li colori,

te godi er monno e te ne vai tranquilla

ner sole che sbrilluccica e sfavilla.

La Bolla de Sapone je rispose: -

So' bella, sì, ma duro troppo poco.

La vita mia, che nasce per un gioco

come la maggior parte delle cose,

sta chiusa in una goccia... Tutto quanto

finisce in una lagrima de pianto.

Infine una speranza: che nel compiere il nostro percorso di miglioramento, fatto di tradizione Massonica, di Trinomi, di Lavoro, di Tolleranza e Umiltà, di vera Uguaglianza, non venga meno la  Coerenza, che anche Trilussa più di ogni altra cosa condanna.

"Li frammassoni de oggi"

Un anno fa, quann'ero frammassone,

se strignevo la mano d'un fratello

me ricordavo der tinticarello,

ma lo facevo senza convinzione.

Annavo in Loggia pe' giocà a scopone,

a sett'e mezzo, a briscola, a piattello,

con uno scopo solo, ch'era quello

de poté mijorà la condizzione.

Ma da quanno ce chiusero la Loggia

nun trovi più nessuno che ce crede,

nun trovi più nessuno che t'appoggia.

Perché la Fratellanza Universale

che ce riuniva tutti in una fede

finì co' la chiusura del locale.

Er frammassone d'oggi, s'è prudente,

pe' sta tranquillo e fa' la vita quieta,

invece del giochetto de la deta

s'adatta a salutà romanamente.

Così che ce capischi? Un accidente.

Finché l'associazione era segreta

se sapeva dall'a fino a la zeta,

nome e cognome d'ogni componente.

Invece mò, che non è più un mistero,

chi riconosce er frammassone puro?

Chi riconosce er framimassone vero?

Chi riconosce er frammassone esperto

che, nun potenno lavorà a lo scuro,

te dà le fregature a lo scoperto?

In questo sonetto la prima terzina mette in rilievo il massone puro e vero e lo contrappone a quello "esperto" del primo verso della seconda terzina, quello che potendola dare al coperto, probabilmente confuso nel nuovo regime, la "fregatura" la dà ora scopertamente. E tra questo "alo scuro" e a "lo scoperto" consiste proprio il lato che registra Trilussa tra comportamento e idea. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando dopo la caduta del fascismo e la liberazione in Italia riprendono le attività anche culturali, e pure i lavori della Massoneria riprendono ''forza e vigore", Trilussa, sollecitato da amici massoni, come d'altronde è costume dell'Istituzione, chiede l'affiliazione che viene senz'altro accettata e che purtroppo soltanto la morte impedisce di sancire ritualmente.

F.V.

MASSONERIA E GIUSTIZIA

(GIUSTIZIA E MASSONERIA)

Nell'affrontare il tema vorrei che mi accompagnaste in un viaggio ideale attraverso i profondi ma diversi significati del concetto di Giustizia (da Giusto - Jus - Diritto: "La volontà di rispettare il diritto di ognuno mediante l'attribuzione di quanto gli è dovuto secondo la ragione e la legge).

            So che mi accontenterete, perchè affronteremo assieme un percorso che ci è consono: quello che ci induce a ricercare la verità (in una parola: la Luce).

            Partirei dal concetto di Giustizia inteso come "apparato"; quell'organizzazione di uomini e di mezzi che ogni Stato appronta, da sempre, allo scopo di prevenire e punire atti delittuosi o comunque in contrasto con le norme del vivere civile.

            Ebbene, quanto tale declinazione del concetto di giustizia sia lontana, a ben vedere, da ciò che è "giusto" ed "equo" (in una parola: buono) è di tutta evidenza.

            Forse che la definizione sopra indicata: "secondo la ragione e secondo la legge" può identificarsi con l'equità?; espressioni quali: "è stata fatta giustizia", o addirittura "giustiziato", sono capaci di evocare sentimenti di equità/equilibrio nell'applicazione della Giustizia?

            Da anni assistiamo a discussioni sulla pena di morte e sul fine riabilitativo e non solo punitivo che dovrebbe caratterizzare il sistema penitenziario.

            Ma anche nella quotidianità di chi, come chi Vi parla, all'interno del sistema giustizia si occupa sostanzialmente di questioni finanziarie e commerciali: possiamo davvero affermare, in coscienza, che il suggerire atti e comportamenti diretti, sempre soltanto e comunque a procurare un vantaggio economico al cliente di turno, costituisca un'applicazione dellla Giustizia nel senso più nobile del termine?

            No, quello che (specie a un Massone) evoca il concetto di Giustizia è qualcosa di più Alto della mera salvaguarda che al singolo cittadino spetti "...quanto gli è dovuto secondo la ragione e la legge".

Perchè Giustizia credo che significhi innanzitutto e necessariamente qualcosa che deve imporsi alla collettività in senso oggettivo, come la scelta che tutti riteniamo la migliore da adottare nel caso concreto; e che tale scelta sia sentita come migliore non già perchè suggerito da qualche convenzione o dalle Istituzioni, ma perchè tale scelta viene "sentita", nel profondo, come l'unica "giusta", appunto, da adottare.

            Così, senza scomodare il concetto di imperativo categorico caro alla nobile mente di Emanuel Kant, il gettare cartacce per strada non si ritiene "giusto" per il semplice motivo che non vorremmo mai vedere altri che lo facciano.

            Il che assume un profondo significato anche per spiegare l'attuale desolante mancanza di valori, specie della gioventù; ciò che manca, appunto, è un senso profondo, interiorizzato, delle cose giuste che, semplicemente distinguendosi da quelle che giuste non sono, si impongono allo spirito prim'ancora che alla ragione.

            Il confine, come ben sappiamo, è spesso assai labile; così assistiamo a efferati delitti in famiglia, a gravissimi episodi di corruzione e comunque a delitti di cui dopo pochi giorni, anche a causa dei ritmi imposti dai mass media, tendiamo a rimuovere la intrinseca gravità, tendendo a giustificare tutto e tutti.

            Ma così non è, come ci ha involontariamente insegnato Nietzche, che non a caso è morto impazzito nel tentativo di relativizzare e giustificare anche l'azione azione umana più abbietta, poichè guidata dall'istinto animale che inevitabilmente indurrebbe i più forti a sopraffare i deboli.

            La sterile definizione che sopra Vi ho segnalato viene così ad arricchirsi di quell'elemento spirituale di cui ogni uomo, e in particolare ogni Massone, va alla ricerca, mutuandolo e considerandolo come conditio sine qua non anche nell'ambito della organizzazione e della gestione degli interessi statuali.

Nell'ambito del sistema Giustizia, allora, mi piace evidenziare alcune "applicazioni" pratiche che, andando nella direzione suindicata, ci fanno ben sperare in un futuro forse più aderente a quell'idea di Giustizia, fatta anche di tolleranza, di uguaglianza, di solidarietà e di rispetto delle diversità, che deve essere cara a ogni Uomo; ad esempio, la possibilità concreta: a) di decidere i processi in tempi più rapidi; b) di garantire il diritto di difesa ai non abbienti; c) di abolire la pena di morte.

            Ma ancor più dovrebbe essere incoraggiato, a mio modesto parere, un approccio alla Giustizia sostanzialmente diverso e -consentitemi- qualitativamente più elevato: non rubo non già perchè laddove venissi scoperto verrei punito, e non solo perchè non sia giusto farlo, ma "semplicemente" perchè scelgo di operare con i miei mezzi, con le opportunità che mi sono state o che mi verranno date, confrontandomi serenamente con i miei limiti intrinseci oltre che con i miei consimili.

            E se anche non riuscirò nell'intento che mi ero prefissato, mi guarderò allo specchio e potrò riconoscere, appunto, una persona che ha tentato di migliorarsi nel rispetto non solo delle leggi e del prossimo, ma soprattutto di se stesso.    

            Nel nostro percorso verso la Luce, carissimi Fratelli, ecco allora che ogni azione dell’uomo dovrebbe essere equilibrata, frutto della ragione e tale da non turbare l’armonia nella quale è inserito; il rispetto di questa Armonia, cioè il rispetto delle regole, la conoscenza dei propri limiti e dello spazio a disposizione nascono dall’Amore, verso il prossimo e verso se stessi; Amore senza il quale non c’è Armonia e Armonia il cui rispetto è, appunto, il senso di Giustizia.

Ciò che Dante chiama, appunto, "Sapienza", o ancor meglio l'"Amor che move il sole e l'altre stelle".

            Non posso ignorare, allora, scendendo nel concreto ad analizzare il rapporto tra Giustizia e Massoneria, come la Giustizia massonica, pur non molto diversa da quella profana, sia assai più completa; tale da poter costituire, per certi aspetti, un esempio illuminante.

            Un quid pluris della Giustizia Massonica rispetto a quella profana consiste nel considerare con la dovuta attenzione la caducità dell’uomo piuttosto che giudicare il suo operato: l’errore, quale esito inevitabile di un essere imperfetto, fa parte della natura umana e sarà sempre in agguato anche durante il percorso di colui che tende a migliorarsi.

            Non a caso la Libera Muratoria, ben consapevole che è umanamente impossibile pervenire alla perfezione -ce lo dice lasciando incompleta la quarta parete del Tempio- non consente che l'uomo, anche se pervenuto a un elevato stato di realizzazione, possa da solo fare giustizia, cioè ristabilire un equilibrio che si è infranto.

            A differenza di quanto accade nella Giustizia profana (processo di primo grado gestito da un Giudice monocratico), la Giustizia Massonica affida sempre l'amministrazione della Giustizia a una pluralità (giurì, commissioni di disciplina, Tribunali, Suprema Corte, ecc.) presupponendo che essa, meglio di un singolo, sappia trovare il Giusto Mezzo (che è l'equilibrio) e pronunciare così la giusta sentenza.

            La responsabilità di azioni e omissioni si trasferisce così su un piano morale che purtroppo resta spesso indifferente alla giustizia profana, che si ferma invece alla indagine sui comportamenti formali, limitandosi ad accertare, quando occorra, soltanto l'elemento psicologico ma non "etico" di una determinata condotta.

            Il Giudice "giusto", quindi, esprimerà giudizi basati sulla Verità, sull'Equità e sul Giusto Mezzo, vagliando le cause determinanti lo squilibrio interiore ed esteriore e non solo valutandone gli effetti, la cui importanza è sempre secondaria.

            Sappiamo bene, cari Fratelli, che l'equilibrio, l'armonia e l'ordine si reggono sulla dualità per l'azione dei contrari che vicendevolmente si integrano, si reggono, si sorreggono e si correggono; possiamo definire "giusto", quindi, tutto ciò che, provenendo da detti contrari od opposti, serve a mantenere tale equilibrio e che è "ingiusto" tutto ciò che può determinare uno squilibrio.

Vediamo allora che il concetto di Giustizia nell'ambito della nostra amata Istituzione si eleva comprendendo e sintetizzando tutti gli altri concetti quali quelli -a noi tanto cari e familiari- di Libertà, di Uguaglianza, di Fratellanza, di Solidarietà, di Tolleranza, di Verità, di Saggezza, etc.; concetti che, se correttamente intesi, costituiscono gli ingredienti dell'Uomo con la U maiuscola; l'Uomo "giusto e perfetto".

E.Z.

L’eutanasia

E’ successo 20 anni fa, studente in medicina, al seguito del professore di Clinica Medica, illustre cattedratico, che svolgeva la sua lezione a letto dei malati; il paziente era un uomo di circa 50 anni dai lineamenti rudi, gli avevano amputato ambedue gli arti inferiori per un raro tumore che colpisce le ossa e che aveva interessato altri parti del corpo; respirava male, e durante la lezione che il professore svolse non sollevò mai la testa, solo verso la fine incrociai il suo sguardo per pochi interminabili secondi, uno sguardo profondo, terribile, angosciante che forse chiedeva qualcosa, ma cosa….; dopo la lezione, cercai di chiedere al mio professore quale era il senso di quella sofferenza, perché non aiutare quell’uomo, la sua dignità ferita….. fui liquidato con poche parole sul ruolo del medico che deve solo curare e sulla sacralità del rapporto medico-paziente. Quell’uomo morì dopo una settimana. Fu quella la prima volta che mi posi la domanda: Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Dieci anni dopo ormai medico specialista, un collega, un amico, si ammala di una grave malattia praticamente incurabile; un calvario durato due anni; ho vissuto gli ultimi suoi giorni, egoisticamente nel terrore che mi potesse chiedere l’aiuto estremo, ricordo lo stesso terribile, profondo, angosciante sguardo. Stiamo parlando di morte, fratelli, non è semplice; l’inevitabile conclusione della vita di ciascuno di noi che per usare le parole di Freud “…. la propria morte è irrappresentabile, e ogni volta che cerchiamo di farlo, possiamo constatare che in realtà continuiamo a essere ancora presenti come spettatori. Non c’è nessuno che in fondo creda alla propria morte o, ciò che equivale, che nel suo inconscio ciascuno di noi è convinto della propria immortalità”. Se è quindi difficile parlare di morte, della propria morte, è possibile esprimersi sulla eutanasia, la scelta della nostra fine, della fine dell’altro?

Non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te, ed anzi fai agli altri il bene che vorresti fosse fatto a te. In quella triste occasione di 20 anni fa trovai conforto nelle parole di un seguace di Buddha; a Tae Hye Sunim fu posta la domanda:

Cosa pensa il Buddhismo dell'eutanasia?

“Il "Buddhismo" non pensa nulla dell'eutanasia o di altre questioni del genere.

Ciò che noi chiamiamo "Buddhismo" è un conglomerato di persone Buddhiste che appartengono a differenti scuole e culture.

Nel mondo ci sono centinaia di milioni di Buddhisti che possono pensare in modi diversi. Nel Buddhismo non c'è un'autorità religiosa che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Generalmente, secondo Buddha, le azioni che creano sofferenza sono azioni sbagliate, malsane e le azioni che aumentano la felicità degli esseri senzienti sono azioni giuste, sane.

Ma nella vita gli eventi sono a volte così complicati che occorre osservare ogni singola situazione con consapevolezza, per poter avere l'intuizione del modo corretto di agire.”

Concetti profondi, chiari, sereni condivisibili, che allora mi fecero intuire che forse il mio professore aveva una consapevolezza che io non possedevo, e del resto lui aveva il sapere io no. Ma oggi, ormai nel terzo millennio cosa intendiamo con il termine eutanasia?

Dopo aver già da tempo abbandonato il legame con l’etimo greco di morte buona, il termine eutanasia viene usato nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi. Frequentemente si distingue fra eutanasia attiva — o positiva, o diretta —, là dove il medico, o chi per lui, interviene direttamente per procurare la morte di un paziente, ed eutanasia passiva — o negativa, o indiretta —, dove si ha invece astensione da interventi che manterrebbero la persona in vita. Si distingue inoltre fra eutanasia volontaria, quella esplicitamente richiesta dal paziente, ed eutanasia non volontaria, quando la volontà del paziente non può essere espressa, perché si tratta di persona incapace.

Eutanasia si oppone talora a distanasia o ad accanimento terapeutico, che indicano invece il ricorso a interventi medici di prolungamento della vita non rispettosi della dignità del paziente. Prossimo concettualmente e fattualmente all’eutanasia, benché distinto da essa, è poi il suicidio medicalmente assistito, in cui la morte è conseguenza diretta di un atto suicida del paziente, ma consigliato e/o aiutato da un medico.

Secondo Modiano, in una tavola pubblicata sulla rivista il ‘Laboratorio’, in base alla sua esperienza decennale di Chirurgo, l’eutanasia è un falso problema; infatti riferisce di avere avuto una sola richiesta di Eutanasia attiva da parte di un paziente; e che semmai il problema è stato sfiorato spesso dai familiari ma senza mai la formulazione di una richiesta specifica; l’autore riconduce il fenomeno…”alla matrice prevalentemente cattolica della nostra popolazione. Tuttavia quello che mi ha colpito  -continua l’autore - è che la maggioranza dei pazienti richiede di essere aiutati a soffrire meno, da cui nasce spontanea una domanda: è possibile aiutarli?”. Ancora oggi, ormai nel terzo millennio, a differenza di altre forme di medicina quali la tradizionale cinese, la medicina ufficiale riconduce il concetto di sofferenza a quello di dolore; togliamo il dolore ed elimineremo la sofferenza; sarebbe davvero così semplice? E i problemi del singolo che ha un appuntamento fissato con la morte? O i doveri della società nei confronti del morente? Quali sono i diritti di colui che sta’ per abbondare la vita?

Il problema dell’eutanasia non investe soltanto l’aspetto etico, morale e filosofico del singolo ammalato, proprietario o usufruttuario del proprio corpo (diritto o no all’autodeterminazione, diritto o meno ad una morte dignitosa), o degli operatori sanitari (rispondere o meno alla disperata invocazione d’aiuto da parte dei sofferenti), ma riveste anche un aspetto giuridico che riguarda sia il legislatore (punibilità o meno di chi presta la propria opera per l’eutanasia) che i responsabili delle varie categorie professionali, nonché le commissioni nazionali ed internazionali per i diritti dell’uomo e dell’ammalato. Ed è sulla base di queste considerazioni che il comitato etico della Fondazione Floriani ha stilato un documento, formato da 12 punti, dove sono riportati i diritti di un morente:

Chi sta morendo ha diritto

1 A essere considerato come persona sino alla morte

2 A essere informato sulle sue condizioni, se lo vuole

3 A non essere ingannato e a ricevere risposte veritiere

4 A partecipare alle decisioni che lo riguardano e al rispetto della sua volontà

5 Al sollievo del dolore e della sofferenza

6 A cure ed assistenza continue nell'ambiente desiderato

7 A non subire interventi che prolunghino il morire

8 A esprimere le sue emozioni

9 All'aiuto psicologico e al conforto spirituale, secondo le sue convinzioni e la sua fede

10 Alla vicinanza dei suoi cari

11 A non morire nell'isolamento e nella solitudine

12 A morire in pace e con dignità

I vari punti che costituiscono il documento sono stati redatti tenendo conto della realtà italiana, e per questo il documento è stato definito la Carta "Italiana" dei diritti del morente.

La Carta non ha pretese di coerenza formale, partendo piuttosto dalla constatazione dello stato in cui versano in Italia la cura dei malati terminali ed il rispetto delle loro sofferenze e dignità.

Per questo i diritti affermati nella Carta appaiono a volte di inconfutabile evidenza, tale da farli sembrare banali (p.e. chi negherebbe mai la qualità di essere umano vivente ad una persona che muore). In altri casi sono diritti che valgono non solo per i morenti, ma per chiunque debba interagire con strutture sanitarie (p.e. diritto di essere informato su diagnosi, prognosi) e risultano inoltre accostati diritti e profili che hanno già avuto un pieno riconoscimento giuridico (la cui violazione può comportare responsabilità di chi li viola) e altri che hanno invece un valore principalmente morale o di affermazione politica, privilegiando la sollecitazione verso chi ha poteri politici o il richiamo di attenzione verso l'opinione pubblica.

Una cosa però è certa, se questi sono i diritti di un morente, la nostra società è ben lontana dal rispettarli. 

Provando ad identificare i possibili problemi ritengo che un primo elemento da analizzare sia il rapporto medico-paziente.

Il compito del medico dei primi del ‘900 era quello di operare esclusivamente nel bene del suo paziente. La pratica medica, intesa come un’arte, era basata pressoché esclusivamente sull’esperienza personale del medico. I medici imparavano la loro arte dai propri pazienti mentre li curavano. Allo stesso tempo sperimentavano nuove terapie quando le malattie note non rispondevano alle cure tradizionali o quando si presentavano delle malattie a loro ignote.

Col tempo la medicina è diventata una scienza, e uno dei principi fondamentali della scienza moderna è il test dell’ipotesi e la sua riproducibilità con metodi capaci di ridurre le possibili interferenze dovute alle variabili legate al caso.
L’introduzione di questo tipo di studio iniziato circa 50 anni fa è stata determinante per l’enorme progresso della medicina clinica da allora ai nostri giorni. Peraltro, la stessa medicina clinica si pone, con questi studi, un dilemma di non facile soluzione: il paziente, un tempo oggetto e beneficiario unico delle cure del medico, diventa ora anche l’inevitabile cavia dei suoi esperimenti. Ed ecco che il ruolo classico del guaritore entra in conflitto con quello più moderno dello scienziato.

 Il primo ha quale suo obiettivo il benessere del paziente, il secondo quello della società. Come potrebbe cambiare infine questo rapporto se fosse approvata l’eutanasia? Chi avrebbe più paura del trinomio guaritore-scienziato-boia, il medico o il paziente? La risposta da più parti suggerita è il paziente, ma siamo sicuri che sia così? Il medico è culturalmente preparato a gestire la morte del suo paziente?

Altro aspetto cardine da considerare è l’autodeterminazione del malato; Bayeli in una tavola pubblicata su Hiram afferma il possesso della morte di ciascuno di noi, in quanto se la nascita ci è donata al di fuori della nostra volontà, se la vita viene condizionata dai rapporti ambientali, la morte rimane l’unico vero valore posseduto, individuale, decisionale.

Siamo alla massima espressione della libertà di scegliere il proprio destino.

La questione è molto delicata ed anche un apostolo dell'autonomia individuale come Kant giunse a concludere che il suicidio è immorale in quanto si sostanzia nella eliminazione del sé e quindi della possibilità di effettuare in futuro scelte tali da garantire il proprio interesse.

Il fondamento del pensiero Kantiano è nella pretesa contraddizione tra suicidio e ricerca del proprio bene inteso quale destino desiderato; il proprio bene, appunto, è quale può essere il bene desiderabile per un uomo dilaniato dalle sofferenze?

Solo negli ultimi decenni si sono sviluppate linee di pensiero che riconoscono la possibilità che esiste un "diritto a morire". Le persone, come agenti morali autonomi, hanno diritto di decidere che la qualità della propria vita è così diminuita che continuare ad esistere è umanamente privo di senso e perciò possono scegliere di morire, in altri termini le persone hanno il diritto di determinare e controllare le circostanze della loro morte come controllano e determinano le circostanze della loro vita.

Tutto ciò non ha niente a che vedere con l'idea di "sfidare Dio" e diventare arbitri assoluti dell'esistenza.

Autonomia non significa isolamento, non esclude la possibilità di discutere con altri della propria vita e della propria morte o che si possa rimettere al giudizio altrui o affidarsi alle cure di altri, significa che come ultima risorsa ciascuno di noi è l'agente autonomo che deve assumere queste decisioni.

Nessuno può rinunciare a questa autonomia e neppure sminuirne l'importanza perché questo equivarrebbe a rinunciare al proprio status di agente morale autonomo. L'autonomia non può mai essere troppa.

L’uomo è solo di fronte alla morte. Questo gli dà o non gli dà il diritto di scelta?

La vita è sacra, la morte inevitabile: vivere è un diritto o un dovere? 

E.T.

Perché sono un Massone

Un tema molto personale, le ragioni perché un adulto si avvicina alla Massoneria sono molte e diverse. Ognuno di noi ha il suo percorso, le sue ragioni, le proprie aspettative. Io sono stato introdotto alla nostra Istituzione quando ero troppo giovane, mi sono allontanato una prima volta quando vivevo in California; non ero pronto e la lontananza dai miei punti geografici/culturali a me noti mi ha distolto l’attenzione necessaria a capire profondamente cosa stavo intraprendendo. Molti anni dopo, con più esperienza di vita, lontano dagli anni da “gaudente” studente universitario, con più interesse per argomenti non “da tutti i giorni” mi sono ri-avvicinato all’Istituzione. Vecchi amici fraterni mi hanno dato l’opportunità di ricominciare a vivere da Massone. Sarò loro grato per tutta la mia vita. Essere Massone è per me oggi molto importante; per tante ragioni ma soprattutto per la mia crescita personale. So che anno dopo anno miglioro come uomo libero e di buoni costumi. Ho trovato una poesia in inglese, scritta da un Massone all’inizio del secolo scorso, il Reverend Joseph Fort Newton, un pastore protestante e Gran Cappellano della Gran Loggia dello stato dello Iowa, U.S.A. dal 1911-1913, questo Massone è frutto del suo tempo e della sua cultura e “professione profana”, vede le cose con un velo di atteggiamento da predicatore (in effetti è quello che faceva) avrei voluto dare una traduzione più personale e pulita di un approccio/atteggiamento, a mio avviso troppo “evangelico”, ma preferisco lasciare a voi Fratelli miei la Libertà di interpretazione delle sue parole. Leggendo questa poesia ho ritrovato molti punti in comune sul perché sono Massone. Quando è che un uomo è un Massone? • Quando può guardare oltre i fiumi, le colline e ancora oltre l’orizzonte con un profondo senso della sua piccolezza nel grande disegno delle cose, ma, non ostante ciò mantiene la fede, la speranza ed il coraggio che sono, tutte assieme le radici primarie di ogni virtù. • Quando accetta, nel profondo del suo cuore che ogni uomo è nobile, vile, divino o diabolico è solo come è lui stesso e cerca il sapere, il perdono e l’amore del suo fratello uomo. • Quando sa come condividere con gli uomini il loro dolore, le loro certezze nei loro peccati; sapendo che ogni uomo combatte contro le molte incertezze. • Quando ha imparato a come costruire l’amicizia e a mantenerla e sopra tutto a come essere amico di se stesso. • Quando ama i fiori, quando riesce a cacciare uccelli senza fucile, quando sente il fremito di una gioia dimenticata sentendo una risata di un piccolo bambino. • Quando può essere felice e con la mente aperta anche in mezzo alle crudeli durezze della vita. • Quando, guardando un maestoso albero o il luccichio del sole che si riflette sull’acqua di un ruscello lo assoggetta come il ricordo di un fratello molto amato e morto da molto tempo. • Quando nessuna richiesta d’aiuto raggiunge il suo orecchio invano, e nessuna mano che lo cerca rimane senza risposta. • Quando accetta il buono di ogni fede e realizza che quella fede aiuta qualunque uomo a accettare la divinità delle cose ed a vedere la maestà della vita nel nome di qualunque fede. • Quando riesce a vedere oltre il fango dentro una piccola pozza, quando riesce a vedere oltre la faccia derelitta di un suo compagno mortale e oltre i suoi peccati. • Quando impara a pregare, ad amare a sperare. • Quando mantiene la fede in se stesso, nei suoi compagni, nel suo Dio; tenendo pronta la spada per il malvagio ma mantenendo sempre il cuore leggero felice della vita ma non impaurito della morte. • Un uomo così ha trovato il solo vero segreto della Massoneria, un segreto-insegnamento che proverà a donare a tutto il mondo. 

A.J.

When is a man a Mason? • When he can look out over the rivers, the hills, and the far horizon with a profound sense of his own littleness in the vast scheme of things, and yet have faith, hope, and courage-which is the root Of every virtue. • When he knows that down in his heart every man is as noble, as vile, as divine, as diabolic, and as lonely as himself, and seeks to know, to forgive, and to love his fellowman. • When he knows how to sympathize with men in their sorrows, yea, even in their sins--knowing that each man fights a hard fight against many odds. • When he has learned how to make friends and to keep them, and above all how to keep friends with himself • When he loves flowers, can hunt birds with out a gun, and feels the thrill of an old forgotten joy when he hears the laugh of a little child. • When he can be happy and high-minded amid the meaner drudgeries of life. • When star-crowned trees and the glint of sunlight on flowing waters subdue him like the thought of one much loved and long dead. • When no voice of distress reaches his ears in vain, and no hand seeks his aid with out response. • When he finds good in every faith that helps any man to lay hold of divine things and sees majestic meanings in life, whatever the name of that faith may be. • When he can look into a wayside puddle and see something beyond mud, and into the face of the most forlorn fellow mortal and see something beyond sin. • When he knows how to pray, how to love, how to hope. • When he has kept faith with himself, with his fellowman, and with his God; in his hand a sword for evil, in his heart a bit of a song--glad to live, but not afraid to die! • Such a man has found the only real secret of Masonry, and the one which it is trying to give to all the world.

Etica e Massoneria

Parlare di etica  non può prescindere dal suo significato e da alcune precisazioni, anzitutto l’etimologia, dal greco ethos, costume, che corrisponde al termine latino mos dal quale deriva a sua volta  il termine di morale, norma di vita,  appunto costume.

L’etica è parte della filosofia che ha per oggetto i presupposti di una certa scelta, ovvero la determinazione della condotta umana e la ricerca dei mezzi  atti a concretizzarla, mentre il comportamento etico si basa sulla capacità che l’uomo ha di discernere tra diverse alternative e che gli permette di decidere la fondatezza morale dell’azione che compie.

Quando si parla di etica si ha la sensazione di  essere davanti a ciò che regola la nostra vita, buona parte degli uomini la identificano come ciò che è lecito o il non lecito, ma forse si dovrebbe parlare di giusto e il non giusto. Spesso si ha anche una presentazione come storicizzazione costante in una incessante raccolta di usi e costumi.

Il Massone considera l’etica con un atteggiamento critico, proponendosi di armonizzare i principi universali, eternamente validi, con altri favoriti dalle nuove condizioni dello sviluppo della cultura umana.  “L’uomo onesto rispetta la legge, ma il massone la fa propria perché avuta chiara nozione delle proprie relazioni con i suoi simili e con l’Universo della correlazione di tali rapporti ne fa volontariamente oggetto dei propri destini”.   Il perfezionamento iniziatico del massone si applica dunque anche al mondo dell’etica, che non risulta essere risolutivo e finale, ma sensibile al miglioramento in funzione del cambiamento della nozione di bene. L’etica massonica non riduce la nozione di bene a quella del singolo Libero muratore, ma la amplia al bene di tutta l’umanità. Il massone vive due esistenze: una  svolta nella ritualità del Tempio e l’altra all’interno dell’umanità con il suo concreto impegno ad  adoperarsi, con un atteggiamento profondamente etico e tollerante per modificare il mondo umano, seguendo la massima etica: “ raggiungere il maggior bene possibile per il maggior numero di uomini”.

Nel Tempio egli è  impegnato nel preciso compito iniziatico, ossia quello di “edificare templi alla virtù, scavare oscure e profonde prigioni al vizio e lavorare al bene ed al progresso dell’umanità”.

In questa prospettiva etica, in senso esoterico–iniziatico che ha come obiettivo la ricerca della verità, non è pensabile che un massone si comporti solo in modo corretto o che conosca solo le vie verso la verità. Se così fosse sarebbe senza dubbio un uomo di buoni costumi, che non completerebbe l’ideale massonico della ricerca della verità; o avrebbe in suo possesso gli strumenti per percorrere la via del vero ma, pur essendo di buoni costumi, non perseguirebbe il fine di vivere la morale massonica, obiettivo essenziale della vita iniziatica.

“L’Istituzione massonica diffonde il principio secondo cui, affinché l’uomo disponga rettamente della sua condotta, non deve cercare l’imposizione al di fuori o al di sopra della ragione, che è l’essenza in cui si riconosce il soggetto umano.  Egli non deve vedere la legge morale come un ordine imposto da una entità soprannaturale. L’imposizione cui l’uomo deve obbedire, poiché scaturisce dalla ragione, fa si che egli non possa essere turbato e deviato da nulla, perché se  può fallire una morale fondata su una autorità esterna, sicuramente non viene meno quella derivata dalla coscienza umana”.

La morale massonica si esplica anzitutto attraverso l’iniziazione che rappresenta il fulcro che identifica la massoneria rispetto ad ogni altra  istituzione.  Tutto  questo non è né cristiano, né ebraico né maomettano. Tutto questo non è soggetto a mutamenti, è di tutti i tempi e luoghi perché libera da ceppi storici, religiosi, ideologici e il tutto s’i informa ai principi del trinomio di libertà, tolleranza e fratellanza. Ogni forma comportamentale massonica è tale quando non lede, nella sua formazione ed applicazione, uno di tali principi.

Tutti  diamo una immagine di noi agli altri, tutti noi siamo un modello per gli altri, tutti noi con il nostro comportamento forniamo un esempio, questo nel bene e nel male, esempio positivo o negativo, esempio che può attestarsi nel bianco o nel nero, con le nostre capacità, positività, negatività, anche prescindendo dalle nostre qualsivogliano volontà di miglioramento. Fornire con il nostro comportamento, che già è un esempio, costituisce un modello più o meno importante, che comunque verrà catalogato, interiorizzato, assieme ad una molteplicità di tanti altri modelli dalle persone con le quali veniamo in contatto. Si vive in ambiti dominati dalla costante ricerca dell’avere, del successo, ma anche del superfluo, del caduco.  Correre, correre e ancora correre in cerca di una meta a volte sconosciuta, ipotetica, a volte confusa, indeterminata. Ed in questa affannosa  corsa, viviamo assillati da problemi o presunti tali. Ad ogni richiesta evasa immediatamente ne troviamo altre che, nuovamente, ci riassorbono e così via in una giostra continua senza traguardo alimentando spesso ansie,  quelle di non sbagliare, di non fallire.

Occorre essere padroni della nostra volontà, trovare le nostre motivazioni fondamentali, distaccarci, uscire, chiarire.  Una chiarezza interiore e per trovarla dobbiamo staccarci dai clamori, da tutto ciò che ci frastorna e riscoprire il silenzio, ritornare all’essenza, al grembo profondo da cui nascono le cose, in una ricerca continua di verità.

In questa navigazione alcuni si ritrovano nella fede, altri  ancora nella spiritualità, oserei dire laica, ma comunque non obbligatoriamente in antitesi.

Il Massone, navigatore libero e di buoni costumi, forte di tradizioni iniziatiche, traccia una rotta nella ricerca di una parola smarrita, nei valori tradizionali universali, tentando tramite lo studio, la frequentazione della ritualità e della simbologia, di perseguire gli ideali di rettitudine e di fratellanza cui sono iniziati.

Il Massone sa che questa navigazione passa tramite un lavoro di riflessione interna, personale che, pur di concerto con gli altri Fratelli, è volto a prendere esotericamente coscienza dei propri mezzi nel tentativo perenne di sconfitta delle tenebre. Un tentativo che procede tra mille dubbi e incertezze.

Un tentativo di raggiungere un traguardo che sappiamo irraggiungibile, ma un tentativo consapevole che questo anelito di ricerca non deve finire mai e i traguardi si possono intravedere all’orizzonte, ma mai si riesce a raggiungerli affinché tutto sia sempre ricerca, continuità, evoluzione.

Il sincero tentativo di questa infinita ricerca rende l’esperire del massone degno di un uomo, degna la sua vita.  Il sincero tentativo di coltivare, di praticare valori come la libertà, la tolleranza, la fratellanza, non  rappresenta forse uno straordinario mutuo esempio, un esempio nel mondo profano, e  senza dubbio un esempio atipico, disomogeneo rispetto al correre, correre e correre.

Avere il senso della bellezza, della forza e saggezza e fare in modo che queste tre luci  rimangano in  noi soprattutto quando si chiude il libro della legge sacra. Che sia un esempio di normale quotidianità.

Non saremo noi, come Istituzione massonica a poter intraprendere  ed attuare concrete azioni sociali e politiche, non ne avremmo la forza, forse le capacità, ma anche le intenzioni.  E’ indubbio che i nostri valori, la nostra tradizione, i nostri esempi, potranno, se adeguatamente diffusi e soprattutto praticati, forse fare comprendere quanto essi siano necessari al bene dell’umanità. Da un lato l’esempio culturale ed etico rivolto al dialogo verso tutti, dall’altro l’esempio educativo. Dobbiamo comunicare agli occhi del mondo il nostro sogno, un sogno realizzabile. 

Che titolo potremmo dare a questa affrettata  tavola?  Forse potremmo intitolarla “ l’esempio: strumento del massone oggi”.

Lontano dalle passioni del mondo profano, in possesso dell’Arte, lavoriamo al bene e al progresso dell’umanità.

Il Delta Luminoso

Nel 1909 Wassily Kandinsky completa la stesura di uno degli scritti tra i più rappresentativi dell’evoluzione del pensiero estetico contemporaneo dal titolo ”Lo spirituale nell’arte”, testo in cui analizza il valore dei colori e delle forme nell’impatto percettivo dell’opera d’arte con lo spettatore. In questo modo la teoria dello sguardo si apre alla lettura delle logiche sottese ad alcune componenti della comunicazione visiva, come le forme. Egli infatti sosterrà che ogni forma è detentrice di un contenuto interiore, anzi la forma stessa “è l’espressione del contenuto interiore”, in questo modo “è chiaro che l’armonia delle forme-come scrive sempre Kandinsky nel suo trattato-è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima. Abbiamo definito questo principio il principio della necessità interiore” e continua asserendo che: “chi approfondisce i segreti tesori interiori della sua arte collabora ammirevolmente a costruire la piramide spirituale che giungerà al cielo”. 1 Da esperto d’arte ho sempre avvertito e conservato in me, leggendo queste parole, quell’anelito che fonda e muove la teoria visiva e concettuale, dell’arte come della vita stessa, verso il suo erigersi spiritualmente verso l’alto, seguendo la metafora piramidale di cui ha parlato Kandinsky. Un’immagine che schematizzata descrive esattamente un triangolo; un perfetto triangolo equilatero già definito con l’appellativo di “divino” dal filosofo Senocrate (339-314 a.C.), che lo aveva in questo modo connotato differenziandolo ad esempio da quello isoscele descritto come ”umano” in quanto imperfetto. La forma triangolare indica anche il delta, quarta lettera maiuscola dell’alfabeto greco che nella concezione dei Pitagorici coincide con il simbolo della nascita cosmica. Il triangolo equilatero nella perfezione delle sue componenti, intese come costanti che perpetuano la loro uguaglianza ripetendosi, racchiude la simbologia dell’equilibrio e dell’armonia, dunque della divinità. Numerose le attestazioni iconografiche che, secondo denotazioni diverse ma affini, vedono l’utilizzo della simbologia del triangolo. Lo troviamo ad esempio nelle culture preistoriche europee, nella cultura greca e in quella orientale, fino ad arrivare alla cultura giudaica, in cui il triangolo equilatero viene accostato al nome di Dio, così come accade anche nel Cristianesimo dove è utilizzato per rappresentare la Trinità, oppure quando il triangolo racchiude nel suo interno una colomba indica lo Spirito Santo, e se contiene l’occhio simboleggia la figura del Padre (iconografie queste ultime ampiamente utilizzate nella storia della pittura occidentale, ricordiamo a tal proposito la “Cena di Emmaus” dipinta nel 1582 dall’artista manierista Jacopo Chimenti da Empoli e l’ ”Adorazione della Santissima Trinità di Albrecht Dürer, del 1511). Nella simbologia massonica il triangolo equilatero con il vertice in alto e con al suo centro un occhio oppure il nome del G.A.D.U (v.) in lettere ebraiche, è denominato Delta Luminoso e allude al simbolo dell’Assoluto, inteso come principio luminoso, creatore e costrutture della vita. Il Delta è collocato tra il Sole e la Luna nella parte centrale della parete orientale del Tempio con al di sotto la scritta A.G.D.G.A.D.U. , l’importanza del suo significato è grande e fondante. L’occhio divino si inscrive infatti all’interno di un triangolo equilatero, in quanto quest’ultimo evoca con la sua struttura geometrica, la presenza esatta e perfetta di tre componenti che descrivono una base e delineano un vertice. La trinità inoltre rappresenta tre importanti principi del pensiero massonico: la Libertà, l’Uguaglianza e la 2 Fratellanza. Essa evoca anche la soluzione dell’antitesi dialettica della dualità, in quanto gli opposti che governano la base del triangolo si risolvono misticamente e concettualmente con l’unità posta al vertice in grado di far convergere le differenze in una unica ragione (come accade nei tre elementi della natura dove l’uno conduce all’altro), in un unico pensiero che come tale si identifica come concetto Assoluto. Appellativo, quello dell’Assolutezza, che descrive una condizione divina in quanto la sua natura è onnisciente, comprende la dialettica del contrario in unico perfetto fluire che converge nel pensiero divino e nella sua capacità di coglierla, interpretarla e di comprenderla, indirizzandola ed elevandola dalle proprie iniziali ragioni terrene. L’Assoluto, a cui allude il Delta Luminoso, risolve nell’unità le contraddizioni della base, mediante una costante elevazione verticale che è conoscenza e illuminazione. L’uomo attraverso l’arte ha cercato di ricostruire in terra quello slancio mistico rivolto al divino, come ad esempio accade nell’architettura gotica i cui edifici si indirizzano verso l’alto come preghiere profane rivolte al cielo, assecondando una implicita volontà di allontanare le contraddizioni terrene che strutturano la propria base. Similmente il triangolo descrive il superamento di sé nell’ascesa dal molteplice all’Uno ideale, nell’evocazione verso l’Assoluto individuato nella forma del Grande Architetto dell’Universo. L’occhio che si manifesta nel triangolo appare come Sole, nella valenza di Luce, come Parola, nella funzione di interloquire, e come Essenza, nel ruolo di principio creatore. L’anelito empirico dell’uomo, nella esiguità della sua condizione umana, coglie questa concezione costruttiva nell’allusione all’immagine immensa del Grande Architetto dell’Universo. Lo studio del Massone è indirizzato per questo alla comprensione, attraverso l’intuizione, della logica suprema che guida le parti in un grande ordine universale, per mezzo sia di una ricerca di tipo speculativofilosofico, sia assecondando un ideale di unione umana che porta i suoi componenti, o meglio i suoi Fratelli, a essere partecipi con gli altri nella condivisione di uno stesso progetto. L’Assoluto è al vertice di questa costruzione e l’occhio, iscritto nel triangolo, convoglia il suo sguardo da noi all’alterità, secondo non un distacco mistico ma un principio di unione e fratellanza che guarda all’uomo per elevarlo dalla Tenebre verso la Luce, seguendo un rituale del fare e del costruire. 3 Nella sua continua ricerca della Luce l’uomo in terra affida alla perfezione dell’arte la possibilità di coniugare gli opposti in armonia, così come accade ad esempio nella pittura come nella musica, anche se consapevole che questo non basta a superare le contraddizioni per poter illuminare sufficientemente le oscurità terrene. L’uomo accorda se stesso al mondo che lo circonda per mezzo dell’arte e sopperisce alla caducità dell’esistenza attraverso la ricerca di quelle forme che, come affermava Kandinsky, diventano “principi di necessità interiore per mezzo dei quali veicola l’anima”. Dopo aver riflettuto su questa enorme condizione dell’universo e sulla nostra minima, al suo cospetto, situazione umana, ho istintivamente pensato che tra noi vi sono segni che appaiono come simboli, per mezzo di forme a noi comuni che alludono ad altro. Con la memoria sono tornato allora indietro e ho ricercato mediante l’arte, non solo quella figurativa ma anche attraverso la musica, quelle condizioni umane che ci elevano dalla nostra circoscrizione terrena, assecondando un principio di consonanza tra gli opposti. Ho trovato e spolverato come una nuova scoperta un vecchio LP dei Pink Floyd, non a caso intitolato “Il lato oscuro della Luna”, dove la perfezione della musica mi invitava a pensare che questa grazia è il riflesso in terra di una grande architettura a cui aspirare per le sue forme perfette e il suo equilibrio, come accade per questa stessa musica racchiusa in una vecchia copertina che riproduce su sfondo nero, colore che mi ricorda come è oscura questa stessa esistenza se non se ne ricerca la Luce, un grande triangolo equilatero dalla punta rivolta verso il cielo, attraversato da un ampio fascio di luce ininterrotto. Allora ho pensato che forse in terra cadono dall’alto segni che diventano simboli con cui giustificare.

F.F.

LA MENORAH

Esodo 25,31,40: Farai un candelabro di oro puro; il candelabro, il suo piede e il suo fusto saranno lavorati al martello, i suoi alici, i suoi boccioli e i suoi fiori saranno tutti d'un pezzo con esso. Sei bracci usciranno dai suoi lati, tre bracci del candelabro da un lato e tre bracci del candelabro dal secondo lato. Tre calici in forma di fior di mandorlo sopra un braccio, con bocciolo e fiore. Così per i sei bracci uscenti dal candelabro. Nel candelabro ci saranno quattro calici in forma di fior di mandorlo con i loro boccioli e i loro fiori: un bocciolo sotto due bracci che escono da esso, un bocciolo sotto due altri bracci che escono da esso così per i sei bracci uscenti dal candelabro. I suoi boccioli e i suoi bracci saranno tutti d'un pezzo con esso, il tutto d'un solo pezzo di oro puro lavorato al martello. Farai anche le sue lampade in numero di sette. Si metteranno le lampade in alto, in modo ch'esso faccia luce sul davanti. I suoi smoccolatori e i suoi piattelli saranno di oro puro. Di un talento di oro puro lo si farà, esso e tutti questi utensili. Guarda ed esegui secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte".

Carissimi fratelli,

Non avrei potuto desiderare che mi venisse attribuito compito più gradito.

Per varie ragioni personali, che non sto qui ad esporvi,  la Menorah ha rappresentato un oggetto di grande curiosità, durante la mia infanzia.

Questo strano candelabro, infatti, posto sulla credenza,  dominava il salotto di mia nonna la quale, oltre ad esservi  devota  e ad  esporlo orgogliosamente, vi era molto affezionata poiché costituiva un dono ricevuto da suo padre.

Ricordo che una volta, ero ancora un ragazzino,   le chiesi cosa fosse e a cosa le servisse, visto che non lo usava mai.

Lei mi disse: "E’ un oggetto molto impostante, sacro, si chiama  Menorah, ed è il simbolo della purezza e del modo di vita ebraico”.

Ovviamente, a quell'epoca  tempo, non capi cosa fosse la Menorah, e tanto meno il suo significato simbolico.

Fatto e' che mia nonna, di lontane origini ebraiche , aveva infuso dentro di me il seme di una tradizione che anche Lei aveva ereditato dal padre di suo padre.

Questa introduzione mi è servita per accompagnarvi in  un cammino simbolico straordinariamente denso e così intriso di significati ontologici,  la cui interpretazione rischia di costituire un dedalo impenetrabile per un semplice apprendista.

Ed è per questo motivo, per tentare di non disperdermi nel compimento del mio lavoro e forse anche  per non smarrire il senso della ricostruzione simbolica che sono stato chiamato a tentare di sviluppare, che come prima cosa ho ritenuto opportuno di insegnare a me stesso e di ricordare a tutti voi come è fatta  la Menorah almeno dal punto di vista fisico-oggettivo.

La Menorah è un candelabro con 7 braccia e 22 ingrossamenti (mandorle, boccioli, fiori ), tre per ogni braccio,  più uno sullo stelo principale.

Al culmine di ciascun braccio è posta una fiamma.

La  Tradizione  ebraica (ma non solo)  vuole che questo candelabro  sia stato richiesto a Mosè direttamente da  Dio, che ne ha dettato le specifiche per la fabbricazione, ne ha individuato l’artista incaricato di fabbricarlo (Betzalel) e ne ha indicato la collocazione nel Tempio.

Il candelabro, realizzato tutto d’un pezzo, si sviluppa a partire dalla base costituita da tre livelli a pianta ottagonale; sul suo fusto si trovano le tre  lettere madri dell’alfabeto ebraico; sui suoi fiori (luci) le 7 lettere doppie; lungo i suoi 6 rami si trovano le 12 lettere semplici.

L'attaccatura del piedistallo è chiamata  Malkuth.

Le due candele esterne sono chiamate  Hod e Nezach e,  alla loro congiunzione, sul tronco, troviamo  Yesod.

Abbiamo, procedendo verso l'interno, Geburah e Chesed, che si uniscono in Tiphereth; Binah e Chokmah, che si uniscono, con Kether, in Daàth.

Ciò che rende sacrale questo "oggetto" non è la sua conformazione fisica, bensì l'accezione   trascendente che essa incorpora.

E' arduo per colui che tenta di  cimentarsi nel'esplorazione  della  innumerevoli declinazioni  possibili del significato simbolico della Menorah, districarsi tra religione , cabala,  astrologia, astronomia, geometria,  musica   ed esoterismo.

Il compimento di questa attività conduce l'umile esegeta ad imbattersi anche in innumerevoli forme  di  mistero,  incastonato  nelle ancestrali forme di  dualismo rappresentate dal contrasto  tra materia e spirito, tra fisica e metafisica, tra realtà e trascendente.

In tutto ciò, verrebbe da dire, la Menorah è la rappresentazione simbolica ideale della vita: l'uomo ha a disposizione la conoscenza per giungere a  percepirne  l'essenza, ma la verità si cela dietro alle infinite combinazioni attraverso le quali gli elementi che la compongono, fondendosi gli uni con gli altri, danno origine all'Universo.

 Il significato simbolico della Menorah è   assimilabile al mistero del cosmo , visibile ma imperscrutabile del quale constatiamo l'esistenza ma siamo costretti ad ignorarne l'origine.

O se preferite  al mistero del  Divino, immaginabile ma al tempo stesso non conoscibile.

Da ciò, quindi,  il  viaggio che è possibile compiere  attraverso il tentativo di dare una  decifrazione interpretativa e simbolica della Menorah non può che iniziare attraverso la scomposizione dei vari ingredienti che ne costituiscono l'anima.

Un primo livello di approfondimento ci mostra come nella Menorah si trovino le lettere dell’alfabeto e le basi della numerologia ebraica: tutto l’indispensabile per leggere, scrivere e far di conto; infatti l’Ebraico non ha numeri ma solo lettere, che esprimono anche i numeri.

Il pensiero giudaico fonda la sua essenza mistica e profonda proprio sulle lettere dell’alfabeto ebraico.

Esse infatti sono depositarie della potenza divina e convogliano nel reale l’impulso della creazione.

Secondo un calcolo Qabbalistico detto Ghematrico (in cui ad ogni lettera corrisponde un numero, per cui una parola avrebbe un valore numerico corrispondente alla somma dei numeri delle singole lettere e che parole con numeri uguali abbiano un significato analogico che li accomuna) si  può osservare che  Betzalel, il nome dell’artista prescelto dal Signore per la costruzione della Menorah e di parte del Tabernacolo, ha valore numerico 153 (leggendo le lettere da destra a sinistra: 2+90+30+1+30 = 153).

Il 153 non è una cifra qualsiasi.

Da un punto di vista matematico, questo numero ha delle caratteristiche particolari. Per esempio, 153 è il Numero Triangolare, che risulta dalla somma dei primi diciassette numeri:

 1 + 2 + 3 + 4 + 5 + 6 + 7 + 8 + 9 + 10 + 11 + 12 + 13 + 14 + 15 + 16 + 17 = 153.

Anche le corrispondenze con la Cabala sono chiare:  il 17  è un numero importantissimo in Cabala poiché è il numero indicante il bene (Tov).

Non a caso è la Ghematria di due dei 72 Nomi di Dio, il 1° e il 49°.

Anche questi numeri non sono casuali, in quanto si riferiscono alle Cinquanta Porte dell’Intelligenza, le più importanti delle quali sono la prima dall’alto e la quarantanovesima dal basso.

Ed ecco che 17 è anche il valore di EGOZ (noce), un frutto molto esoterico, studiando il quale il re Salomone derivò delle importanti considerazioni sulla struttura degli universi paralleli (vedasi  il Cantico dei Cantici, al versetto ‘Sono sceso al giardino delle noci’) ” .

Un secondo livello di approfondimento ci suggerisce che ci sia qualcosa in più: dividendo il 22 per 7 otteniamo infatti il “pi greco”, numero misterioso fondamentale per la geometria.

Ancora, osserviamo come, associando a ciascuna delle 7 fiamme corrispondenti alle 7 lettere doppie uno dei corpi celesti (o “pianeti”), risulti possibile contare i giorni della settimana; in corrispondenza delle 12 lettere semplici troviamo i 12 mesi dell’anno.

Attraverso l’uso dei 3 ottagoni alla base, peraltro, possiamo contare le 24 ore... dunque il Candelabro costituiva a un tempo un calendario ed un orologio, atto alla misurazione del “tempo volgare”!

Anticamente, sappiamo, la Sapienza era riservata ai pochi Iniziati (sacerdoti) e tra le “scienze esoteriche” la principale era costituita dall’Astrologia.

Ecco dunque un ulteriore livello di conoscenza custodito dal Candelabro: sui suoi 6 bracci, infatti, i 12 segni zodiacali risultavano suddivisi nella tradizionale tripartizione di  cardinali (sui due rami più interni),  fissi (sui due rami intermedi) e mutevoli (sui due rami inferiori). 

Le stesse ore, calcolate sulle 7 fiamme anziché  sui tre ottagoni, assumevano ben altro significato: per passare dal tempo profano al tempo sacro, infatti, è necessario prendere a riferimento le “ore planetarie”.

La prima ora corrisponde al “pianeta” del giorno e così l’ottava, la quindicesima, la ventiduesima. La seconda, la nona, la sedicesima, la ventitreesima, corrispondono invece al “pianeta” successivo; così per la terza, decima, diciassettesima, ventiquattresima... a sua volta la quarta, undicesima, diciottesima, che sarà poi la prima ora del giorno successivo!

La sequenza dei “pianeti” è quella dell’astronomia tolemaica, prescientifica, che li ordinava secondo la distanza dalla terra: il più lontano Saturno, quindi Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio e Luna (risulta chiaro allora che se oggi è giovedì, la prima ora è di Giove, mentre la quarta è l’ora di Venere, che sarà anche la prima del giorno successivo... venerdì, per l’appunto).

Attraverso il Candelabro, possiamo rappresentare ancora molto altro.

Come detto,   esso  ha sette bracci.

Il numero Sette esprime la globalità, l’universalità, l’equilibrio perfetto e rappresenta un ciclo compiuto e dinamico.

Fin dall’antichità il numero sette è stato considerato il simbolo magico e religioso della perfezione, perché era legato al compiersi del ciclo lunare.

Ricordo a me stesso  che la Loggia massonica ha bisogno di almeno 7 Fratelli, che rivestono le sette cariche essenziali nello svolgimento della Tornata - e cioè Venerabile, Primo Sorvegliante, Secondo Sorvegliante, Oratore, Segretario, Copritore ed Esperto Cerimoniere - i sette bracci del candelabro vengono anche associati a tali Cariche rituali.

Sette le braccia del candelabro , sette la somma del primo e dell’ultimo braccio ( il n.1 + il n.6), sette la somma del secondo e del quinto, sette il terzo più il quarto e sette il numero del braccio centrale.

Sette i Pianeti, Sette i nomi delle note musicali,  Sette le Meraviglie del Mondo, anche i grandi Maestri del passato, così Pitagora, affermano che sette sono le Iniziazioni, perché sette sono le sfere che l’uomo deve attraversare per essere un vero grande Iniziato.

Sette le lettere dell’ AGDGADU

E potremmo  continuare oltre.

Come associare, ai singoli bracci del candelabro, i vari elementi dell’uno o dell’altro dei tanti sistemi simbolici prima elencati non è semplice e, soprattutto, non è univoco.

L’ordine di associazione che più comunemente si adotta è il seguente:  alle  7  fiamme, infatti, per ciascun “pianeta” la Tradizione Ermetica mette in relazione un “metallo”, corrispondente ad un diverso stadio evolutivo, dal piombo di Saturno all’oro del Sole.

Potremmo anche abbinare a ciascun “pianeta” un Vizio ed una Virtù: in questo modo il Fuoco della Menorah rappresenterebbe l’agente alchemico necessario alla trasmutazione del Vizio in Virtù (per l’Alchimia Spirituale si faccia riferimento ad Ambelain).

I “sette Cieli” corrispondenti ai 7 pianeti possono ancora suggerirci i diversi livelli di beatitudine, che lo stesso Dante rappresenta nel Paradiso.

La forma  a sette rami risale a tempi antichissimi e si ritrova nelle religioni antiche di millenni, dal momento che, nei tempi più remoti, l’albero aveva  profondo significato religioso: esso incarnava la divinità.

Secondo la tradizione giudaica, ad esempio,  arrivando nella Terra Promessa,  i patriarchi recarono con sé il mito dell’albero cosmico della vita.

Albero imponente, i cui rami toccano il cielo e portano frutti che danno l’immortalità.

Non a caso, nelle istruzioni date a Mosè per la sua fabbricazione, si insiste sui particolari “botanici” con riferimento, in particolare, al mandorlo: questo è il primo albero a fiorire in primavera, è il risveglio dopo l'inverno.

Ed è  attraverso la radice di un mandorlo che è possibile penetrare nella città di Luz, la dimora degli immortali.

Con l’andar del tempo l’albero prende la sua forma e il suo aspetto originale per diventare un ornamento: il candelabro a sette rami.

Il candelabro è una stilizzazione, un derivato dell’albero, ove le luci han preso il posto dei frutti.

Questa è l’origine del  suo simbolismo.

Nella religione ebraica la Menorah è dunque un’ emanazione dell’albero della vita, ma la sua forma, le sue funzioni, le sue fiamme, ne fanno anche l’albero della luce.

Infatti,  è un albero che conduce gli uomini verso la luce e la luce verso gli uomini.

Per mezzo di questa luce, Dio è presente ovunque.

 La prima lampada della Menorah è la  luce perpetua del Signore, simbolo della presenza di Dio sulla terra, il che spiega il fatto che essa sia l’unico oggetto del Tempio che abbia trovato posto nella Sinagoga, divenendo cosi un possente legame tra le due case di Dio.

L'Ara su cui essa posa indica il centro del mondo, centro spirituale nel quale si incontrano le energie che muovono da Oriente ad Occidente, da Nord a Sud, dallo Zenit al Nadir e viceversa.

Ma a ben vedere la rappresentazione simbolica della Menorah quale albero della vita e' incastonata anche nei nostri Templi, che seguono, infatti, le geometricità dell'Albero Sephirotico e di cui  le Menorah ne sono  fondamentale ornamento.

Non è' quindi difficile associare la Menorah alla  rappresentazione di una Loggia, in quanto composta di singole candele che, unendosi, formano un unico oggetto.

Nella lettura interpretativa del significato simbolico della Menorah, si possono anche collocare le dieci funzioni di Loggia, più precisamente così impostate: la Fiamma centrale corrisponde alla posizione del Maestro Venerabile, la Fiamma n.6 (esterna a Sinistra) rappresenta il 1° Sorvegliante, la n.4 il Tesoriere, la n.2 l’oratore, la n.5 il Segretario, la n.3 l’ospedaliere e la n.1 il 2° Sorvegliante. Nel punto d’unione del braccio più esterno con il tronco centrale è collocato l’Esperto, nel punto d’unione tra il braccio centrale e il tronco è collocato il Cerimoniere, e nel punto d’unione del braccio più interno con il tronco centrale trova posto l’Ara. Nel punto d’unione tra la base e il tronco centrale è collocato il Copritore.

Sono ben consapevole che Molto altro ci sarebbe da dire e  che , l'argomento avrebbe meritato  di ben altra trattazione e soprattutto di ben altro esegeta.

Concludo Accennando al fatto che alcuni studiosi di simbologia esoterica considerano la Menorah simbolo della Luce dello Spirito e della Salvezza.

Altri invece la associano alle sette Arti Liberali, la cui conoscenza è indispensabile per il Lavoro di ogni Iniziato, ovvero Grammatica, Retorica, Logica, Aritmetica, Geometria,Astronomia e  Musica.

Altri ancora  ai sette gradini magistrali ed a quelli della scala dei filosofi o di Giacobbe.

La mia personale opinione e' che ogni argomentazione riferibile alla Menorah  "rischi" di essere esatta ed errata allo stesso tempo, poiché in realtà il suo significato simbolico e' contemporaneamente la sintesi del tutto e del niente, dell'inizio e della fine, del vero e del falso, della nascita e della morte.

In una parola della Creazione. 

Il sufismo

Il termine arabo "ahl us-Suffa" si rifà al vocabolo "Suffa" (portico) e significa "quelli del portico", i Compagni del Profeta Muhammad a Medina che avevano lasciato tutto pur di vivergli quanto più vicino. Risiedevano sotto un spazio coperto fuori dalla casa di Aisha, vivendo in digiuno e devozione. La parola "Sùf" in arabo vuol dire lana. I primi anacoreti musulmani erano asceti che vivevano nei deserti vestiti con un saio di lana grezza, loro unica proprietà, insieme al secchiello per l'acqua. Questa tunica era ovviamente logora e rattoppata. Queste toppe, cento come i nomi di Allah menzionati nel Corano, in epoca più tarda divennero colorate, fino a diventare il "costume" tipico del "Dervish" (povero, monaco mendicante). "Safà" vuol dire purezza e richiama l'aspetto più intimo e spirituale di questa disciplina. Il sufismo è una forma di ricerca mistica, tipica della cultura islamica, una ricerca interiore condotta attraverso delle sessioni spirituali in gruppo (detti cenobi) attorno ad un Maestro. Di per sé l'essenza del sufismo è prettamente islamica, intimamente legata ai concetti del Corano, ma le sue dottrine e i suoi metodi derivano anche dal neoplatonismo ellenico, da fonti egiziane, turche, persiane e indù e risultano evidenti anche le analogie con la Cabala ebraica. Esistono molti punti di contatto fra la disciplina mistica del Sufismo e la ricerca interiore prettamente massonica, sia nei rituali con cui questa ricerca viene perseguita, sia nei valori etici basati sulla tolleranza, la fratellanza universale, la comprensione e l'accettazione dei valori delle differenti civiltà. Esistono molteplici studi a proposito delle origini della Massoneria, che riconducono ai costruttori di cattedrali medievali, ai Templari, ma certamente ci sono correnti di pensiero e di studi che interpretano i segni, i toccamenti delle prese massoniche come metodiche magiche di provenienza orientale legate al Buddhismo Tantrico per raggiungere l'illuminazione; certamente anche il Sufismo ha avuto influenza su diversi aspetti del lavoro muratorio. Ma quanto è importante dimostrare storicamente con fonti ufficiali la tradizione e l'origine della Massoneria? Il Sufismo avvicina l'uomo a Dio attraverso l'avvicinamento dell'uomo a tutti gli altri uomini, grazie alla tolleranza per ogni pensiero differente dal proprio, al rispetto per l'individuo ma anche per i suoi diritti e il suo ambiente. Ma quali sono state le ragioni, mi chiedo, per cui i versi del Corano, base di questa ricerca mistica della cultura islamica, sono stati interpretati a stretto beneficio momentaneo di una parte della stessa cultura islamica, fino a diventare fanatismo religioso? Un labirinto di contraddizioni, ambiguità che caratterizzano certo pensiero moderno, sono il massimo ostacolo alla vita dell'anima e possono venir risolti attraverso l'esperienza etica (dei Sufi, ad esempio, o dei Massoni, ad esempio...) basata sui valori della tolleranza, che libera dalle scorie del contingente. Il materialismo storico ha mostrato le sue grandi incongruenze, la civiltà dei consumi ha prodotto mostri di violenza e ci ha portato ad uno stato fallimentare di degrado etico ed ecologico. La Massoneria può essere oggi un grande veicolo, una summa degli insegnamenti tradizionali ove convergono aspetti provenienti da varie dottrine, con lo scopo di portare l'uomo alla elevazione spirituale? La via del Sufismo consiste nell'apprendere la via dell'umanità e dell'Amore, l'aspirante Sufi procede lungo una via in cui lo scopo principale è ripulire la ruggine dallo specchio del proprio cuore per far sì che esso diventi il regno dell'unità, anziché la terra della molteplicità. Credo che ciò che unisce Massoneria e Sufismo sia l'intraprendere un cammino, dando una direzione, nel vuoto, alle proprie forze, siano esse consce che inconsce, attraverso un percorso personale ma condiviso col Maestro e i propri Compagni. Un cammino anche all'indietro nel tempo, pur proseguendo in avanti, in cui il lavoro di sgrossatura consiste nel liberarsi dei falsi valori, dei preconcetti e delle ipocrisie, cercando di conoscere il proprio mondo personale in relazione al passato e al presente, per poi rielaborarlo. Per poter riuscire è necessario creare un "vuoto", decostruire per poi ricostruire, rivedendo interiormente ciò che, per abitudine, era sentito come proprio, invece che realtà di un condizionamento. "prima di compiere il viaggio credevo che le montagne fossero montagne e i mari fossero mari; durante il viaggio scoprii che le montagne non sono montagne, e i mari non sono mari; ed ora che sono giunto so che le montagne sono montagne, e i mari sono mari". (Dhu ÂlNun ÂlMisrì maestro Sufi del IX sec.) Le cose sono ciò che sono, tutto il viaggio consiste nella scoperta di ciò che è già? Condivido questi miei dubbi con voi, per trovare insieme a chi ha deciso di intraprendere un cammino iniziatico e di costruzione interiore possa aiutarmi ad abbandonare ogni ideologia, poiché sia positiva che negativa, resta nell'ambito del dualismo della materia.

Una delle confraternite sufi più conosciute è quella dei dervisci danzanti, o Mevlevîyye, fondata nel XIII secolo da Jalâl al-Dîn Rûmî

A.C.

Discriminazione ed immigrazione

In questi ultimi giorni siamo stati tutti travolti dai fatti gravissimi di Parigi che hanno colpito tutte le coscienze e il mondo intero. Molti sono stati i contributi dei Fratelli Maestri prima e dopo questi eventi. Abbiamo cercato però di mantenere lucidi i nostri pensieri ed i nostri stati d’animo nell’ambito della nostra Istituzione.

“Se tieni alle distinzioni umane, vattene!” 

Il profano è avvertito, in Loggia gli Uomini sono tutti uguali. Nel vivere quotidiano del mondo profano purtroppo le cose stanno diversamente. Assistiamo quotidianamente a discriminazioni. Alle volte chi discrimina lo fa inconsapevolmente. Per ignoranza o per convenienza, la discriminazione è molto praticata. Il diverso non piace. Il timore di un confronto con l'altro, quando l'altro ha sentimenti, gusti, tradizioni, religione, credo politico differenti può portare ad assumere comportamenti incomprensibili. Come massoni abbiamo scelto uno stile di vita che ci lega ai tre principi fondamentali della Fratellanza: AMORE FRATERNO, VERITA' e CARITA'. Ai nostri  simili, costretti ad emigrare per motivi gravi come  la fame e la guerra, abbiamo il dovere di prodigarci affinché ritrovino il giusto equilibrio nella vita.

Noi massoni abbiamo l'obbligo di essere testimoni di unità contro il pensiero delle divisioni. Al dramma dei viaggi con barconi che vede purtroppo giovani vite morte affogate, dobbiamo dare una risposta concreta che si chiama accoglienza, ma l'accoglienza è dettata da regole e queste, sono i governi a doverle stabilire e a farle rispettare.

Un impegno del nostro Ordine dovrebbe portare la nostra Repubblica ad avere la forza di accogliere i più bisognosi ed i disperati, rimanendo in equilibrio anche con il compito non meno importante di proteggere  e difendere i diritti della propria popolazione.

Considerando il tema dell’immigrazione ci siamo chiesti però se in questo periodo storico stiamo assistendo ad un fenomeno di immigrazione o di migrazione.  Per sintesi Vi ricordiamo che per immigrazione si intende che alcuni individui di una popolazione (anche molti ma in misura statisticamente irrilevante rispetto al ceppo di origine)si spostano da un paese ad un altro.

Questi fenomeni possono essere in parte controllati politicamente, incoraggiati o programmati.

La migrazione è quando un popolo a poco a poco si sposta da un territorio ad un altro. In questo ultimo caso il fenomeno si arresta difficilmente e crea una trasformazione del territorio in cui migrano.

Quindi una domanda che ci dobbiamo porre è a quale fenomeno stiamo assistendo. Aggiungiamo che il terzo mondo è alle nostre porte, i cinesi stanno popolando le nostre città, gli islamici e gli arabi entreranno lentamente nei nostri paesi anche se non siamo d’accordo.

Il termine confine forse non esisterà più.

Il ciclo storico attuale è impregnato non solo da fughe, da guerre e carestie ma anche da un lungo - negli ultimi 30/40 anni - radicalismo di non pochi capi spirituali Mussulmani. Questa, inizialmente sottovalutata, "evangelizzazione" è maturata in un diffuso  odio e spirito di rivincita "divina e predestinata" a tanti seguaci di una religione che può essere strumentalizzata facilmente. Come sempre accade non possiamo essere solo "bianchi o neri" bisogna saper distinguere, valutare e scegliere. Ma il clima, oggi purtroppo parte della nostra vita di tutti i  giorni, ci vede di fronte a scelte drastiche, scelte che devono dare garanzie alle nostre Democrazie, ai nostri usi e costumi, la radicalizzazione di pochi dovrà portare ad alzare le difese della nostra Unicità, ne migliore ne peggiore, ma nostra.

Ci rendiamo conto che sarebbe opportuno guardarci dentro e ammettere colpe gravi di sfruttamento, schiavitù, e dominazione fatta per secoli dall'Occidente, ma oggi in tutta onestà molti paesi occidentali hanno tentato di riparare ad errori passati e sicuramente non è stato impedito a nessuno di riscattarsi. Sappiamo bene che la politica estera degli Stati Uniti d'America e dei suoi alleati è spesso stata grossolana e ottusa ma la nostra cultura giudaico-cristiana non deve cessare per troppi sensi di colpa.

Se è vero che uno dei valori alla base della fratellanza è la sincerità, pensiamo che dovremmo rispettare il sentimento di PAURA che tutti i cittadini occidentali ed europei stanno provando da qualche anno, e in particolare nei mesi recenti. Qui non si tratta di diversità e ancor meno di colore della pelle (lo stesso presidente USA ha un colore diverso dal nostro...), né di accogliere o meno i profughi che purtroppo sono costretti a fuggire dai loro paesi. Qui si tratta, in concreto, della PAURA, purtroppo altrettanto concreta, che a noi e i nostri figli possa accadere ciò che è accaduto a 200 inermi cittadini che stavano semplicemente godendosi spettacoli teatrali e sportivi.
Se ciò è potuto accadere la responsabilità è ANCHE di coloro che si riempiono la bocca delle parole che compongono il titolo di questa lettura, senza soppesare che anche il sentimento di paura fa parte dell'uomo, soprattutto quando la paura è alimentata da terribili fatti di sangue.
Riteniamo inoltre che tali gravissimi episodi, peraltro, NON SEMPRE SIANO ASCRIVIBILI A TERRORISMO, ma originino anche da una familiarità con la violenza propria di etnie, tradizioni, culture e credo religiosi diversi da quelli occidentali; violenza (anche su donne o animali) che neppure il più incallito dei criminali occidentali forse possiede. Possiamo rinunciare a una serie di ambiti culturali e sociali per fare sì che gli altri si possano trovare a loro agio?  Questo basterà perché altri si possano sentire parte integrante? Pensiamo di no! Ma anche se fosse, quanto è giusto rinunciare ad una parte del nostro modo di essere per accogliere  per non fare sentire estraneo uno dei nostri simili?

Siamo disposti a rinunciare se non siamo contraccambiati, io cambio se anche tu cambi. Io posso cambiare se tu accetti questo mondo che ti accoglie con le sue regole, abitudini e cultura. Se questo non è,  crediamo sia difficile se non impossibile  “integrare” in modo unilaterale.

Vi sono tanti, tantissimi, che in questo mondo occidentale  hanno trovato  la loro vita, il futuro e accettano quello che hanno trovato, anzi collaborano, lavorano perché vi sia sviluppo culturale, sociale ed economico. Questo mi sta bene, questo fa si che lo accolga come fratello. La differenza culturale va rispettata, ma questa non può andare a discapito in ciò che crediamo, non dobbiamo cambiare perché tu ti possa sentire a tuo agio. Ti diamo giustamente la possibilità di  esprimere il tuo credo, le tue usanze, la tua tradizione, ma non può incidere sul mio essere.

E’ come se  aprissimo la porta della nostra casa a te e tu  volessi spostare i mobili, gettarne altri, non potremmo consentirlo.  Possiamo farti posto, organizzare un tuo spazio degno quanto il mio, ma non posso modificare il mio modo di vivere per fare affermare il tuo. Possiamo convivere nel  rispetto reciproco. Se usciamo da ciò, non sarà possibile l’incontro, l’integrazione. E’ pura demagogia, annientamento della nostra storia, cultura, modo di essere pur con tutte le contraddizioni e le negatività che questo modo ha in sé.

Se non ti senti in questa linea, migrante o immigrante, non venire, o meglio  non possiamo accoglierti.  Sappiamo che  dove vivi c’è la guerra, la fame, la povertà, dobbiamo farci carico del problema, dobbiamo poterti aiutare  nel paese dove vivi, non dobbiamo destabilizzare la società che ti vede componente.  Abbiamo fatto tanti errori,  ma se qualcuno vorrà destabilizzare la nostra vita con attentati criminali allora dovremo impedirlo con tutte le nostre forze e possibilità.

E’ utopistico immaginare che l'Europa da sola possa risolvere la tragedia dei rifugiati e dei migranti, perché essa è mondiale. Sta alla politica trovare soluzioni. Un corretto approccio al problema, sono il rispetto della dignità umana e della LEGALITÀ. Solo su entrambi questi fondamentali principi si può costruire un'autentica integrazione, che non sia pietismo ipocrita o peggio buonismo assistenziale. Noi italiani e massoni non vogliamo più vedere muri, trincee, fili spinati nella nostra vecchia Europa e in Italia. Ma chiediamo al contempo assistenza e umanità che deve comunque essere contraccambiata dal rispetto delle nostre leggi e della nostra cultura.

Continuiamo a porci domande, senza tuttavia indulgere a un buonismo che travisa i concetti di Uguaglianza e di Tolleranza che ci sono cari.

FFMM

Amicizia Fratellanza Amore

Vorrei iniziare con il significato intrinseco di queste parole e un legame assai importante tra loro.

L'Amicizia è un tipo di legame sociale accompagnato da un sentimento di affetto vivo e reciproco tra due o più persone.

L'amicizia è un legame, una relazione e un sentimento , caratterizzato da una rilevante carica emotiva e fondante la vita sociale delle persone. In quasi tutte le culture, l'amicizia viene intesa e percepita come un rapporto alla pari, basato sul rispetto, la sincerità, la fiducia, la stima e la disponibilità reciproca. Tale sentimento non prevede l'esclusività affettiva: gli amici possono cioè frequentare altri individui a scopo amoroso, sessuale, relazionale, senza che il rapporto vicendevole di amicizia ne risulti compromesso.

In genere, si distinguono diversi gradi di amicizia, dall'amicizia casuale legata a una simpatia che emerge fortuitamente in una certa circostanza magari in modo temporaneo, all'amicizia cosiddetta intima, ovvero associata a un rapporto continuativo nel tempo fra persone che arrivano a stabilire un grado di confidenza reciproca paragonabile a quella tipica del rapporto di coppia.

La Fratellanza, nel senso di «legame di parentela e di affetto tra fratelli», è una parola  che continua ad essere usata con il significato estensivo di «amicizia, affetto fraterno; solidarietà fra classi sociali e popoli.».

Tale parola esprime il sentimento d'amore tra fratelli concetto che ritroviamo poi anche nella fratellanza universale.

La fraternità (dal latino fraternitas) dunque è quella che si manifesta soprattutto tra coloro che non sono fratelli  e che pure si sentono come se lo fossero, legati da questo sentimento che esprimono con azioni generose di aiuto disinteressato e di una concreta solidarietà che presuppone la parità tra individui che si considerano sullo stesso piano. La fraternità cioè, non è quella tipica del paternalismo caratteristico di chi si considera in posizione sociale superiore e privilegiata e che si rivolge benevolmente a chi è in condizioni umilianti di inferiorità , ma è quel principio, così come adombrava il motto Liberté, Egalité, Fraternité della Rivoluzione francese, che presuppone l'uguale dignità umana e libertà in colui che viene soccorso.

Con la parola Amore si può intendere un'ampia varietà di sentimenti ed atteggiamenti differenti, che possono spaziare da una forma più generale di affetto sino a riferirsi ad un forte sentimento che si esprime in attrazione interpersonale ed attaccamento, una dedizione appassionata tra persone oppure, nel suo significato esteso, l'inclinazione profonda nei confronti di qualche cosa.

Può anche essere una virtù umana che rappresenta la gentilezza e la compassione, la vicinanza disinteressata, la fedeltà e la preoccupazione benevola nei confronti di altri esseri viventi, ma anche il desiderare il bene di altre persone.

Gli antichi Greci hanno individuato quattro forme primarie di amore: quello parentale-familiare (storge), l'amicizia (philia), il desiderio erotico ma anche romantico (eros), infine l'amore più prettamente spirituale (agape, il quale può giungere fino all'auto-annientamento o kenosis).

Una tal ampiezza di usi e significati, in combinazione con la complessità dei sentimenti che coinvolgono i soggetti che amano, possono rendere particolarmente difficoltoso definire in modo univoco e certo l'amore, rispetto ad altri stati emotivi.

Nell'ambito della psicologia esso consiste in un rapporto duale basato su uno scambio emotivo generato dal bisogno fisiologico della gratificazione sessuale e dal bisogno psicologico dello scambio affettivo. Può infine essere inteso anche come un modo per tenere uniti gli esseri umani contro le minacce provenienti dall'ambiente esterno e per aiutare la riproduzione umana e la conseguente continuazione della specie.

In Massoneria, si discute in merito ai concetti di Amicizia e Fratellanza, confondendo, qualche volta, l’uno con l’altro o, peggio, considerandoli sinonimi. Sono due «modi di essere» del tutto diversi; l’amico può essere o non essere un Fratello, come il Fratello può essere o non essere un amico. L’amicizia, non ha un contatto diretto ne con la Massoneria né con un Ordine Iniziatico, è un concetto assimilabile  alla benevolenza, alla bontà, alla cordialità; questi sono  sentimenti che, vanno coltivati, oltre che col cuore, anche con la volontà e la perseveranza. La Fratellanza è diversa; diventare Fratello, in senso massonico o iniziatico , è una decisione presa da ognuno di noi, dopo un’attenta  ponderazione, un  ragionamento, una sensazione, che poi sfocia, nell’inizio di un cammino  ritenuto giusto, utile e doveroso. L’Amore fraterno più che un sentimento è una regola iniziatica; quanto potrà coinvolgere il cuore, e verso chi dirigersi, è difficile da stabilire; dipende unicamente dalla sensibilità individuale, ma anche dalla cerchia di Fratelli in cui l’Iniziato vive, opera ed evolve. Mentre l’amicizia è collocabile prevalentemente nell’ambito sociale profano, la Fratellanza, pur iniziando dalla ragione, tende inevitabilmente verso l’Amore assoluto, l’Amore che alchemicamente trasforma, crea, eleva. Il legame tra Fratelli non è quello dell’amicizia, è molto più profondo, è un legame spirituale, quello che porta gli Iniziati, col reciproco sostegno, verso il perfezionamento personale, che dovrebbe a sua volta contribuire al miglioramento morale e al benessere sociale di tutta l’umanità.

Sarà benvenuto colui che bussa alla porta del nostro Tempio con il suo animo disposto alla Fratellanza e il suo cuore disposto all’Amore fraterno, condizioni queste che reputo essenziali per diventare Massone.

Chiudo con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza."

D.F.

L’ALBERO DELLA VITA

Sappi che, prima che le emanazioni fossero emanate e le creature create, la semplice Luce Superiore colmava tutta l’esistenza. Non esisteva nessun posto libero né di aria vuota e né spazio, ma tutto era colmo di quella semplice Luce del'Ein Sof- Infinito". Non aveva distinzione, né di inizio né di fine, ma tutto era un'unica semplice Luce uguale in un'unica uguaglianza ed essa è quella che viene chiamata "Or Ein Sof- Luce Infinita". E quando si innalzò nel Suo semplice desiderio, il creare i Mondi e l’emanare gli emanati, di far uscire alla luce la perfezione delle Sue azioni, i Suoi Nomi ed i Suoi Appellativi, il che fu la causa della creazione dei Mondi. Ecco allora restrinse Se Stesso, Ein Sof, nel punto di mezzo, il quale, in esso, è precisamente nel centro e restrinse quella Luce e si allontanò verso i dintorni dei lati del punto centrale. Ed allora rimase posto libero, aria e spazio vuoto proprio dal punto di mezzo. Ed ecco questa restrizione era in un'unica comparazione nei dintorni di quel punto di mezzo, vuoto. Così che quello spazio era circolare da tutte le sue parti in comparazione assoluta. Ed ecco dopo la restrizione, quando allora rimase il posto dello spazio e l’aria libera e vuota precisamente nel mezzo della Luce di Ein Sof , ecco che già c’era un posto nel quale gli emanati e le creature ed i creati ed i compiuti potessero essere. Ed allora proseguì dalla Luce Ein Sof una singola linea dall'Alto al basso, che si svolge scendendo dentro quello spazio. E per mezzo di quella linea emanò, e creò, e formò e fece tutti i Mondi, tutti. Prima di quei quattro Mondi c'era un'unico Ein Sof ed Il Suo Unico Nome, in un'unità meravigliosa e celata, che non c'è forza persino negli angeli che Gli sono vicini ed essi non hanno la realizzazione dell'Ein Sof, perché non c'è nessun intelletto che è stato creato che possa realizzarLO, dato che Esso non ha posto, e non ha confini e non ha Nome. 

L’ARI Un grande kabbalista del 16° secolo 

666

Il numero distintivo della Loggia: 666 elemento fondamentale di vita

Al di la che il numero distintivo della loggia è automatico nella designazione della loggia stessa, esiste di fatto anche il 665 così come il 667,  e non si può cambiare, preferiamo segnalare che il 666 per noi dell'Avvenire ha un significato ben diverso.

Più semplicemente per noi, ed è un dato di fatto che è stato annunciato da fisici e chimici premi nobel, rappresenta il carbonio che è alla base della vita sulla terra.Loro stessi sono stati sorpresi dalle loro ultime scoperte. Da qui ci si può rendere conto quale sarà il futuro molto prossimo dell’evoluzione della vita sulla terra attraverso l’evoluzione fisica del carbonio. Recentemente vi è stata un ondata di pensieri preoccupati nell’ambito della comunità scientifica internazionale per l’aumento di attività solare, sulla sua influenza, in riferimento alla attività di disgregazione degli atomi degli elementi come quelli di carbonio.Il carbonio-12 è alla base di tutte le forme conosciute di carbonio che appartengono al pianeta. L’isotopo del carbonio è costituito da 6 elettroni 6 protoni 6 neutroni. Ebbene dopo l’ossigeno nel corpo umano l’elemento più abbondante è il carbonio-12.Dopo la cremazione il corpo umano torna al suo stadio di carbonio-12 . Dopo idrogeno elio ed ossigeno, che sono tutti elementi che in natura si trovano allo stato gassoso, il carbonio è l’elemento che è più presente in tutto l’universo ed è uno dei 5 elementi che rappresentano la formazione del DNA umano. Alla luce delle ultime scoperte scientifiche il carbonio-12 è di fatto l’elemento più importante che forma la materia vitale cosi come oggi la conosciamo.

Dal sito Montesion.it: Lo scritto, tradotto dal Carissimo Fratello Federico P. costituisce un opera della maestria di Wiliam Wynn Westcott. Nella traduzione è stata mantenuta l'ortografia ebraica originale. 

Il contenuto non riflette necessariamente la posizione della Loggia o del G.O.I. Ogni diritto gli è riconosciuto.

© Pignatelli Federico

La libera circolazione della traduzione è subordinata all'indicazione di fonte (completa di link attivo) ed autore.

Tutti gli studenti hanno letto qualcosa sulla Qabalah dei Rabbini ebrei del tempo antico, e sanno che si trattava di una forma di teosofia, di un tentativo di formulare una filosofia basata sul Vecchio Testamento, ed era intesa a rivelare e spiegare il significato nascosto dei nomi delle persone e dei luoghi come di ogni particolare accadimento, che si ritrovano nel "Libro Antico" così come viene denominato dagli odierni Ebrei acculturati.

I Cabalisti confidavano largamente nei numeri come mezzo di interpretazione delle affermazioni mistiche. Essi erano in grado di utilizzare questo sistema poiché le antiche lettere caldee ed ebraiche venivano anche impiegate per rappresentare i numeri: così la loro Aleph significava uno Beth due, Ghimel tre, Daleth quattro, Hé cinque, vav sei, Zain sette, Heth otto, Teth nove e Yud dieci, e così via; da Keph a Quoph si ritrovano i numeri da venti a cento; Resh è 200 Shin 300, Tav 400. Quindi seguivano altre cinque lettere finali in altra forma: finale Kaph, Mêm Nun, Phe e Tzaddi, significanti 5, 6, 7, 8, e 9 mila.

Seguendo questo metodo, ogni parola ebraica dava origine a un numero, e ogni numero rappresentava una o più parole: così Jehovah, sillabato YHVH Yud, Hé, vav, Hé diventava 10, 5, 6, 5, che secondo il simbolismo cabalistico dà 26.

Il Nuovo Testamento è giunto fino a noi attraverso la lingua greca, e le lettere greche venivano anch'esse impiegate in qualità di numeri. Da qui divenne possibile per i mistici del Cristianesimo seguire l'esempio ebraico, e alcuni degli antichi teologi cristiani ricorrevano ai numeri per rappresentare parole, frasi e idee.

Alcuni anni fa, Bligh Band pubblicò un saggio sulla Qabalah greca, in questo testo egli forniva numerosi esempi di parole sacre rappresentate sottoforma di numeri, richiamando in special modo l’attenzione sul numero cosmico 37.

Ma sarà meglio, per prima cosa, elencare le lettere ebraiche con i numeri a esse corrispondenti.

Sull'Alfabeto Ebraico, l'Ospite Interessato può consultare l'ampia sezione dedicata:

 Alfabeto Ebraico

Le Lettere

Nome

Dizione

Valore Numerico

Accezione

Analogie    Astrologiche

Quadrata

Corsivo

Rashi

a

Aleph

1

Armento

Aria

b

Bheth, Beth

2

Casa

R

g

Ghimel

3

Cammello

U

d

Daleth

4

Porta

Q

h

5

Finestra

A

w

Waw

6

Gancio

B

z

Zain

7

Spada

C

j

Cheith

8

Recinto

D

f

Teth

9

Serpente

E

y

yud

10

Indice teso

F

k

]

 


Khaph, Kaph

20

500

Cucchiaio, palmo della mano

T

l

Lamed

30

Pungolo, frusta

G

m

\

 


Mêm

40

600

Acqua

Acqua

n

}

 


Nun

50

700

Pesce

H

s

Samekh

60

Sostegno, appoggio

I

u

Aïn

70

Occhio

J

p

[

 


Phe, Pe

 80

800

Bocca

S

x

{

 


Tzade

90

100%

Amo da pesca

K

q

Quph

100

Nuca

L

r

Resh

200

Testa

V

c

Shin, Sin

300

Dente

Fuoco

t

Thav, Tav

400

Sigillo, impressione

W

Il particolare soggetto di questo saggio è il numero 666, che è menzionato nella "Rivelazione di San Giovanni il Divino", nel 18esimo verso del 13esimo capitolo.

Non intendiamo, in questa sede, entrare nel merito della disputa riguardante il fatto se questo testo sia stato scritto da San Giovanili, figlio di Zebedeo, l'Apostolo prediletto, o da Giovanni il Presbitero, o da un altro autore sconosciuto, ma il linguaggio e la fraseologia differiscono da quelle del greco del Vangelo di San Giovanni, e così la sfrenata simbologia di alcuni capitoli, che si rifà piuttosto a ideali babilonesi o persiani. La citazione riguardante il mio soggetto dice quanto segue: "Qui sta la sapienza - Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia; infatti è un numero d'uomo, e questo numero è seicentosessantasei". Il quale può venire rappresentato con tre 6 o come 600, 60, 6. Questa descrizione si riferisce alla seconda delle due bestie menzionate. É una bestia malvagia, un ingannatore: possiede due corna come un agnello e parla come un drago. Si potrebbe notare che gli agnelli non hanno corna finché non siano cresciuti e diventati pecore, e che nessuno ha mai sentito di un drago parlante; chiaramente si tratta di termini simbolici. Questa bestia farà si che gli uomini adorino la prima bestia che aveva ricevuto una ferita. La seconda bestia opera miracoli e fa scendere il fuoco dal cielo, ordina agli uomini di fabbricare un'immagine della prima bestia e darle vita affinché essa possa parlare; ma il capitolo non specifica se gli uomini costruiscano davvero tale immagine. Ci viene anche detto che la bestia imporrà a tutti gli uomini un marchio sulla fronte e sulla mano destra, ma sembra che non tutti riceveranno questo marchio, poiché esiste la clausola secondo la quale una persona priva del marchio non potrà né comprare né vendere.

Ciò deve intendersi come totalmente simbolico, poiché la storia non ci riferisce di alcun uomo marchiato in tal modo né di alcuna classe di persone che non potesse vendere o fare acquisti.

Si presume che San Giovanni intendesse rappresentare qualche persona o evento che si sarebbe manifestato in futuro, ma sebbene teologi e altri studiosi abbiano proposto innumerevoli interpretazioni circa il nome della bestia, nessuno è stato in grado di associare a esso gli eventi derivanti dall'avvento della bestia o Uomo 666, o della prima bestia descritta nei versi dall'1 al 10, né del drago del verso 4 dello stesso capitolo. I primi Cristiani vedevano nelle due bestie gli imperatori romani, a causa della venerazione tributata ai Cesari, della distruzione di Gerusalemme a opera dei Romani e la persecuzione operata da Nerone e altri nei loro confronti; mentre la Chiesa Protestante associava il numero 666 al Papato.

Il Libro della Rivelazione, chiamato anche "Apocalisse", ha un carattere composito poiché le prime parti si riferiscono a vere Chiese realmente esistenti all'epoca e presentano un commento sulle caratteristiche di ciascuna e sulla loro evoluzione, mentre il restante e visionario e profetico, infarcito di nebulose immagini descriventi sette sigilli, trombe, giuramenti e bestie, la distruzione di una simbolica Babilonia (cioè Roma) e la nascita della visionaria Nuova Gerusalemme. L'esimio filosofo tedesco Rudolf Steiner, che si dichiara sia Rosacruciano che teosofista, ha pubblicato, a beneficio dei propri discepoli, un trattato particolarmente dotto sull'Apocalisse. Egli scriveva il nostro numero in questo modo 400200660, TRUS, che è Surt letto in ebraico; egli associa anche le sette chiese a sette periodi cosmici e razze umane.

L'impiego di emblemi e simboli può apparire a volte piuttosto allettante, e i simboli possono risultare assai belli e poetici, ma la ragione consiglia di raffigurarli in maniera che il loro significato sia comprensibile a coloro che intendono studiarli seriamente.

Io non propongo di cimentarsi nel tentativo di svelare il segreto delle due bestie, intendo soltanto richiamare l'attenzione sulle svariate e spesso abusate interpretazioni circa l'identità dell'uomo che reca il numero della bestia.

É quasi certo che il "Libro della Rivelazione" fu scritto in greco, e da una persona che aveva dimestichezza con la filosofia greca e con la Gnosi; e questo vale anche per le parti dottrinali del Vangelo di San Giovanni. Anch'esso fu concepito a uso dei Cristiani che vissero nel primo e secondo secolo della nostra era, alcuni dei quali erano Ebrei, altri Gentili, altri pagani convertiti, e altri ancora avevano radici religiose nell'antico Egitto faraonico. In epoca successiva, il testo geco venne conosciuto attraverso la traduzione latina.

É improbabile che la "Rivelazione" sia stata inizialmente scritta in ebraico, non esistono tracce né notizie riguardanti una tale versione, né un originale latino, quindi si presume che l'enigma del nome risulti di più facile comprensione per persone di cultura greca e che abbiano dimestichezza con la numerologia greca piuttosto che con i modelli matematici ebraici, latini, arabi o egizi. Tuttavia vi sono critici che individuano scelte e modelli ebraici nella grammatica di alcune parti di questo libro, e i simboli del drago e della bestia rammentano il Libro Caldeo di Daniele.

II numero 666 può essere trasformato in lettere, al fine di comporre una parola, secondo differenti modi. Per mezzo di lettere rappresentanti 600, 60 e 6, o tre lettere significanti ciascuna un 6, o in una sterminata quantità di altre maniere, come 500, 100, 60 e 6, o in latino DCLXVI, o con le lettere ebraiche 400, 200, 60 e 6.

In questa sede, io posso solamente presentare alcuni degli esempi suggeriti e adottati dagli studiosi che si sono occupati del problema.

Le parole significanti 666 nella originale versione greca della "Rivelazione", sono scritte per esteso: - Exakosiai exekonta ex, e il monogramma greco Ch R S non è impiegato nel testo ufficiale, così come alcune simbologie della Bibbia inglese. Ai tempi di Ireneo esistevano alcune copie manoscritte della "Rivelazione" che fornivano in alternativa il numero 616, ma attualmente lo si ritiene un errore dovuto ai copisti. Esistono ancora alcune delle primissime copie del Libro della Rivelazione; sei in greco unciale, e altre in siriaco, armeno, egizio (due forme), etiope e arabo.

Per prima cosa considereremo i teologi: essi hanno suggerito, come autentico significato di 666 quale nome d'uomo: -

1. Lateinos: questo fu ammesso da Ireneo in lettere greche 30, 1, 300, 5, 10, 50, 70 e 200, indicanti l'Impero Romano, che all'inizio perseguitò mediante la tortura e la morte i Cristiani e la nascente Chiesa.

2. Nero Cæsar è perlopiù generalmente ammesso in lettere ebraiche NRYN QSR, 50, 200, 6, 50 e 100, 60, 200, ma in lettere latine NRV QSR dà la già menzionata variante 616.

3. Traiano Adriano, secondo Volter.

4. Caligola, un Cesare, ma il suo nome dà ancora 616 (zahm, spitta).

5. Teitan, TEITAN, la malvagia razza di giganti secondo la mitologia greca.

6. Apostates, il termine greco che designa colui che abbandona la sua fede.

7. Romanus, 200, 70, 40, 50, 6, 30, cioè il popolo romano, impiegando la Aïn al posto della latina O.

8. Tiamat, il Caos primevo dei Caldei (Gunkel).

9. Saturno, l'antico dio pagano dei romani e il grande pianeta, scritto in ebraico STVR, 60, 400, 6, 200.

10. Anti theos esti, cioè l'Anticristo, colui che è contro Dio.

11. He ge Chaldaia, Caldea intesa come Babilonia.

12. Emporia, ricchezze: Atti XIX. V. 25, le malacquisite ricchezze di Demetrio, il costruttore di tabernacoli.

13. Rudolf Steiner suggerisce Surath, SVRT; Samech, vav, Resh, Tav, 60, 6, 200 e 400, un nome cabalistico per l'Angelo o Demone del Sole. Bligh Bond sostiene che il corretto significato della parola è: "Il torrido calore del sole".

14. Ci sono stati alcuni che hanno visto nel 666 la figura dell'Imperatore Napoleone.

Godfrey Higgins, l'autore de "L'Anacalipsi" (1836), indica 666 come Rasit, RSVT, 200, 60, 6, 400, con il significato di saggezza.

Il Libro del Genesi inizia con le parole "Be resit tradotto come "In principio", ma questo studioso crede che dovrebbe essere letto "In saggezza Dio creò il cielo e la terra".

Il Venerabile Bede (morto nel 735) propone come esempio del senso negativo di questo numero parole come vergogna e negazione.

Si noterà che i numeri dall'1 al 36 collocati in un quadrato magico formato da quadrati più piccoli, danno per addizione, quando disposti in un certo modo, 111 in ciascuna linea e 666 in totale.

É stato suggerito che 666, essendo composto da tre cifre uguali, sia stato scelto a significare Anticristo in opposizione a 888, il numero di Gesù, IHSOUS in lettere greche, e in quanto privo della santità dei tre sette, 777, essendo sette il numero sabbatico (Briggs).

Lo stesso numero 666 si ritrova due volte anche nel Vecchio Testamento. Nel 14esimo verso del 10mo Capitolo del Primo Libro dei Re è dato come il peso in talenti dell'oro portato al re Salomone in un anno.

In Esdra XI verso 13, leggiamo che Adonicam aveva 666 figli, o presumibilmente discendenti, che giunsero a Gerusalemme da Babilonia, ma Neemia dice che ammontavano a 667.

Potrei menzionare che il numero 666 è la somma di tutti i numeri dall'uno al 36, ed è curioso notare che 666 è il totale di tutte le lettere che i romani usavano come numerali: D, C, L, X, V e I. Il numero 666 è anche la lunghezza del diametro di un cerchio la cui circonferenza è 2093, che è la diagonale di un quadrato i cui lati siano 1480, il numero di Christos, CHRISTOS, che significa "L'Unto".

Altre serie di numeri biblici legati a 666 sono: I nomi dei figli che Giacobbe ebbe da Zelfa insieme ai nomi di Lia e Zelfa, la sua serva; e così quelli dei figli che Giacobbe ebbe da Bala, la serva di Rachele, insieme al nome di Baia, formano il numero nella seguente maniera:

LIA

  36

     LHA

 

BALA

   42

BLHA

ZELFA

 122

     ZLPH

 

DAN

   54

DN

GAD

    7

     GD

 

NEPHTALI

570

NPTL

ASER


501

666

    ASHR

 



666

Le lettere e i numeri di Cam HM finale 605, il figlio meno degno di Noè, addizionate a quelle di Noè 61, NUCH, danno 666, mentre Noè addizionato a Sem, SHM e Jafet IPT, dà come somma 888, che è il numero di Gesù, in lettere greche IHSOUS, 10, 8, 200, 70, 400, 200.

Gli Edomiti, che erano alieni a Geova e nemici di Israele, sillabavano il loro nome HADUMIM, 5, 1, 4, 6, 40, 10, 600, che dà 666. Nel Genesi XXXIV verso 2, leggiamo di Sichem, figlio di Hemor, simbolo dell'uomo malvagio; egli disonorò Dina, figlia di Giacobbe e Lia; il suo nome dà 666.

Dom Augustine Calmet (morto nel 1757), che pubblicò il libro conosciuto adesso in traduzione come il "Dizionario della Bibbia". scrisse che "Il numero 666 può essere ritrovato in nomi e parole tra le più sacre e del più diverso e antitetico genere, fino all'Anticristo, così che al proposito è saggezza tacere piuttosto che fantasticare significati che possono venire applicati erroneamente".

A proposito di questa curiosità storica ho ritenuto opportuno stendere questo saggio per la vostra considerazione. Esso dovrebbe essere divulgato e studiato in forma scritta, sia a mano che a stampa, essendo inadatto all'impiego orale in conferenze o lezioni universitarie.